L'uomo Basilio

IL POETA
DEL CORALLO!

Sono, haimé un idealista con l'abitudine di distinguere gli uomini in due categorie con un confine netto: ricchi e poveri. I poveri sono poveri hanno Dio e la speranza che li sostiene, vanno in giro indisturbati, non temono i ladri. Al povero non viene detto di avere almeno un parente a casa del diavolo.
I ricchi, invece, vengono compensati dalla ricchezza, dal potere, dal comando, dall'ammirazione. La malattia dei ricchi è mezza malattia, diciamo a Napoli. Ma il ricco spesso è impopolare, invidiato e incompreso, talvolta ingiustamente perché si pensa che la ricchezza sia sinonimo di cattiveria.
Nei primi di ottobre del 2000, quando ho incontrato Basilio Liverino, sebbene dopo dieci telefonate, ho cambiato idea su quel "confine netto" tra il ricco e il povero in relazione ai pregi ed ai difetti dell'uomo. Mi invitò da tempo. Ho impiegato un lustro per incontrarlo per mia negligenza o pigrizia.
Ma sapevo che egli, nei suoi precordi custodiva l'altro tesoro: la sua terra, la sua gente, la sua infanzia, l'odore della salsedine sulla scarpetta vulcanica a Portosalvo, le semmolelle con le alici salate alle prime luci dell'alba, i panzarotti e le arachidi tostate di "mmiez''a Torre", il profumo dell'incenso nelle veglie natalizie di Santa Croce, l'odore intenso, narcotizzante, del corallo nelle ceste ai piedi del suo letto, cioè la linfa vitale che lo ha nutrito per quasi un secolo di carriera.
Quel rosso carminio più costoso dell'oro,  si scioglie come plasma nelle sue vene di poeta del corallo, di vigoroso vesuviano, per alimentare il suo geniale ciclo vitale, per nutrire il suo cuore celatamente generoso di napoletano vecchia maniera, come lava ignea mai solidificata, come il sangue di S. Gennaro nella sua teca che alimenta speranza, futuro, forza vitale nell'animo.
Basilio Liverino è la personificazione del corallo, è il corallo stesso. Ai nostri tempi i bambini nascevano dal cavolo, dalla zucca, Basilio è nato dalla fauna marina.
Chissà se è venuto alla luce nei fondali di Sciacca, negli oceani o, forse, la sua cara mamma raccolse il suo rametto fetale nelle scogliere della scala perché, staccatosi dai banchi coralliferi, è venuto ad adagiarsi nel nostro dolce, caro mare vesuviano, quello della nostra magnifica, gloriosa, martoriata terra torrese risorta sempre come Araba fenice.
Soffro di peritanza con le persone facoltose, schivo e riservato come sono. Succede che diverse di esse osservano dall'alto in basso, snob, fredde e calcolatrici. Molto spesso c'è un'aria torva nel loro sguardo, tutto ciò che hanno di umano sono i loro probabili denti d'oro. Ero felice che Basilio Liverino sfatava questo mio preconcetto con la sua ospitalità, con la sua pacatezza, con la sua rasserenante atarassia.
Nel 1998 pubblicai "Da Magonza a Torre del Greco" un nutrito libro tecnico e aneddotico sulla tipografia napoletana, un'apologia al vecchio lavoro a misura d'uomo con uno spaccato umanistico sulle problematiche artigianali della cintura vesuviana. Tra i centomila abitanti di allora, con le oltre tremila copie distribuite gratuitamente ricevetti SOLO TRE telefonate di congratulazioni: Salvatore Accardo del giornale "La Torre", Maurizio Apa e Basilio Liverino.
La telefonata di Basilio fu così umile, unana, deferente che, per un momento, pensai di essere io il ricco e lui il povero. Egli aveva assimilato il messaggio umano e sociale di cui è intriso il mio tomo e si era genuflesso presso l'altare umanistico. L'episodio mi stupì e mi riempì di gioia; capii che non bisogna mai essere superficiali sui giudizi e non bisogna mai generalizzare. Basilio Liverino non solo non ha lasciato, ma, con l'età, ha rafforzato le antiche radici, i vecchi valori umanitari, l'antica napoletanità.
Osservai una breve anticamera, di prammatica, nella saletta d'attesa dalla presepiale vetrina emiciclica, la quale è quasi un assaggio del cospicuo, pregevole museo scavato nella roccia vulcanica. Mi apparve ritto, risoluto, con un sorriso a mezza strada tra il sornione e il paterno, adagiato nell'ampiezza della sua longevità, dove gli si leggeva chiara, in viso, la gratificazione avvertita per il suo cavalierato e per il palese aspetto etico, starei per dire, deontologico, del suo operato, ricco di iniziative ambientalistiche, sociali, didattiche.
Era cosciente dell'immediata nostra trattazione verbale di questo aspetto della sua vita, anziché esclusivamente del tesoro materiale che custodisce, sebbene artistico e culturale; del prestigio che contribuisce a dare a Torre, dei posti di lavoro che offre in questa esangue realtà occupazionale della plaga vesuviana; cose, queste ultime, palesi e scontate per una sorta di intervista verbale destinata a tracciare, invece, essenzialmente il profilo umano, sociale, partenopeo del poeta del corallo.

Basilio Liverino, malgrado le ottanta primavere, presente, intuitivo, dall'intelletto fresco come una rosa; starei per dire edulcorato dal candore dipanato dai vecchi ricordi, sapeva bene quello che volevo da lui: NULLA, fatto desueto ai giorni nostri.
Ed egli, comunque affermato imprenditore, costretto, talvolta, agli spintoni da carriera, all'auto difesa, alla necessaria dose di scaltrezza, sapeva bene che non doveva difendersi, questa volta, dal sorrisi ipocriti clientelari, dai consueti nepotismi, dal solito postulante posto di lavoro, a mo' di ufficio di collocamento, né ripararsi da una sorta di demone in caccia di anime più o meno appetibili.
Basilio Liverino quella mattina era solo l'uomo Basilio, un pezzo di Torre vecchia maniera, un crostone del Campanile di S. Croce, un basalto vulcanico tiepido dei marciapiedi delle antiche strade torresi dove siedavamo spensierati e scapigliati mezzo secolo fa, col tepore che sentivamo sotto le gambine nude che si rinnovava sugli scogli del Cavaliere o della Scala, con i corpicini d'infante rinfrescati immediatamente dopo nelle estenuanti nuotate sotto il sole allo zenit o con i "cazzabbocchi" della "Carmenella", il pioniere dei trans, per poi sdraiarci sulle candide lenzuola delle nostre magioni - giardino di Torre antica, con porte, portelle, giardini e davanzali sempre colmi di garofani e rose. Appena percepivamo la calde note materne che ci esortavano a consumare quel pasto piccolo,  (pastasciutta o scapece, melanzane o puparuoli), pasto povero ma gustoso d'amore.
Mi accorsi che aggiunse la simpatia alla stima che mi accordava ricevendomi come si fa con un importante uomo d'affari giapponese o americano ed io mi sentivo lusingato per questo. Ci volevamo già bene perché sentivamo di essere fratelli in Torre.
Come tutti i galantuomini non amava parlare di se perché rischiava di parlarne bene e i galantuomini di vecchio stampo non sopportano l'immodestia. Risolse con l'esortare i suoi collaboratori a rispondere alla mie domande. Infatti si allontanò per un po'. Ma la fedele segretaria e il nipote finirono col parlarmi della sua attività, della sua favolosa carriera, degli ospiti illustri che avevano visitato il Museo.
Per fortuna Basilio Liverino si ripresentò con due perle che luccicavano, quelle che prevedevo vedere, in un colloquio rivolto al passato, alle nostalgiche reminiscenze, alla profonda nostra umanità di napoletani. Dal segno baluginante delle due perle prevedevo un altro episodio del Basilio umano. Infatti guadagnammo l'ingresso del suo ufficio con una scrivania zeppa di carte. Mi porse tra le mani un ritratto di una delle sue figliole che, dopo la nascita, negli anni cinquanta, aveva avuto bisogno di serie cure. Tempi duri, quella volta. Mi raccontò che provò su di se le medicine per non arrecare ulteriori danni alla bimba.
"Ora la mia figliola è una donna e le vogliono tutti bene nell'Azienda", concluse mentre le due perle sul suo volto statuario erano fulgide e radiose, erano lo scandaglio dei suoi precordi, l'altro tesoro di Basilio Liverino che nessuna guida turistica segnalerà mai.
                                                           Luigi Mari

NOTE BIOGRAFICHE
Basilio Liverino, nato a Torre del Greco (Napoli) nel 1917, dopo aver perfezionato in Svizzera la conoscenza delle lingue straniere, giovanissimo si inserisce nell’attività tradizionale di famiglia: la lavorazione del corallo esercitata sin dalla fine del 1800. All’intetesse del trasformatore per questa materia egli affianca, sin dagli inizi del suo lavoro, quello del cultore attento ed appassionato, così che anche nel corso dei suoi viaggi professionali non dimentica istintivamente di ampliare il proprio «sapere». In particolare nel sud-est dell’Asia, Liverino è indotto a consultare studiosi, pescatori, maestri d’arte, ecc. oltre che a visitare quei Musei dai quali attingere un po’ del passato orientale del suo corallo. Senza atteggiamenti da storico o scienziato, egli decide di mettere a disposizione degli altri, prima la propria esperienza e successivamente la sua collezione, iniziata casualmente nel 1934. Infatti, nel 1983 viene pubblicato il volume IL CORALLO (oggi alla 4’ edizione italiana, oltre a quelle in giapponese, in inglese e in tedesco) e nel 1986 è completato il «Museo Liverino del Corallo e dei Cammei», unico nel sua genere. Nelle sale di questo Museo, annesso all’Azienda a Torre del Greco, sono esposti oltre mille manufatti (ornamenti e sculture) risalenti fino al XVI sec. e provenienti da piccoli e grandi centri di Paesi di ogni continente, ammirati finora da alcune migliaia di visitatori italiani e stranieri. Per tali due realizzazioni, significative di un particolare amore per la propria attività, oltre che di rispetto per la città natale, Basilio Liverino nel 1989 viene insignito dal Capo dello Stato dell’onorificenza di Cavaliere del Lavoro.