ID: 6458 Discussione: SUL PECCATO ORIGINALE 2
Autore:
Vito D'Adamo
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Scritto o aggiornato:
lunedì 16 luglio 2007 Ore: 01:33
SUL PECCATO "ORIGINALE" - (seconda parte).
Caro Franco,
la seguente è la mia lettura dei passi biblici, riguardanti il peccato all’origine di tutti i nostri trascorsi, attuali e futuri guai. Mi sono attenuto al punto di vista mosaico o di chi per lui, seguendo la scia della critica testuale, da te proposta e preferita, e di un’esegesi accettabile, almeno credo.
Oggi esistono possibilità di ricerca scientifiche di varie discipline sui testi biblici (pensa alle teorie evoluzionistiche darwiniane e successive, alle scoperte archeologiche, ecc.), che aprono altre visuali – cum grano salis, aggiungo - agli esegeti, permesse dalle Autorità ecclesiastiche, forse addirittura incoraggiate, se il Concilio Vaticano II ha ricordato, nella Constitutio de fide catholica (c. IV), che “Nulla unquam inter fidem et rationem vera dissentio esse potest”.
Ti sono grato per avermi procurato un ritorno ai vecchi amori e, pertanto, ti abbraccio con calore a saluto il valido webmaster, l’attiva redazione, i compaesani e tutti i torreomniesi che, bontà loro, ci seguono.
Tuo Nonnovito.
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Alcune considerazioni preliminari, un po’ dentro, un po’ fuori dei passi genesiaci in discus-sione
1) - Quando i nostri maldestri progenitori (se tali possiamo ancora considerarli alla luce delle moderne teorie, ma ci poniamo, al momento, dal punto di vista dell’agiografo) vollero, per ingenuità o furbizia, disobbedire ai divieti-consigli del loro Creatore, ecco configurarsi il “primo” peccato, quello più grave, oltre il quale è impossibile andare: la sconfessione di Dio (prospettata come un tentativo di furto delle più preziose prerogative divine o, addirittura, come una specie di colpo di stato) e, più tardi, il tentativo di negare l’unicità di Dio, rivelato alle tribù d’Israele e da queste sulle prime adorato; inversione di rotta immediatamente contestata dal Legislatore: “ Io sono il Signore Dio tuo e tu non avrai altro Dio fuori di me”. Il monoteismo risulta, così, essere l’essenza dell’alleanza fra il Signore e Israele. Contravvenire alle clausole di simile contratto da parte del popolo eletto (un’infrazione da parte di Dio, espressione di giustizia suprema, è impensabile), porterà a inevitabili e funeste conseguenze ai danni dei “peccatori”.
Per far comprendere a quelle tribù “dalla dura cervice” (capatoste, cap‘e cardulelle), l’Agiografo ricorre al genere letterario più efficace: nascondere l’insegnamento, che vuol impartire, dietro gli antropomorfismi e le situazioni, descritte nei primi capitoli della Genesi. Ricorre, cioè, a un tecnica narrativa, in linea con i gusti e le abitudini degli ascoltatori mediorientali, avvezzi al linguaggio fantasioso e figurato, usato dagli autori del tempo. Forse non è poi tanto azzardato pensare che il “primo peccato” di Adamo ed Eva sia figurazione anticipata dei tentativi dei loro discendenti di sottrarsi alla sovranità del Signore, altrimenti tale avversione assumerebbe caratteristiche consuetudinarie da parte di membri delle tribù d’Israele.
Non conosciamo, in effetti, la natura dell’azione, commessa da Adamo ed Eva contro Dio, anche se ben specificata nel racconto genesiaco. Il termine “peccato”, di sconosciuta etimologia nel latino, usato nelle versioni della Bibbia, non ha esatta rispondenza con il lemma ebraico. Dovremmo sostituirlo con sinonimi, più rispondenti al concetto tradizionale.
Occorre, pertanto, procedere nella disamina, avendo sempre presente il bisogno di un’esegesi del passo, che trascenda l’interpretazione letterale, e riportarsi all’insegnamento, che si deve trarre dalla narrazione.
2) - La Bibbia inizia con una novità assoluta: “In principio Dio creò il cielo e la terra”. (Genesi, I, 1), asserzione destinata a rivoluzionare i principi, sui quali poggiavano i culti ed i relativi rituali presso i popoli della più remota antichità.
Non ci soffermeremo, al momento, sulla collocazione nel tempo di questo principium, suscettibile di varie letture. Potrebbe significare, infatti, “come prima cosa”, “come primo atto creativo”; rispetto ai successivi. Qualche esegeta potrebbe poi domandarsi: “Principium rispetto a che?”, infittendo gli ordigni del campo minato.
Né cercheremo, in questa sede, di scoprire che cosa voglia indicare l’espressione “Coelum et terram”. Verrebbe da indicare il cielo come settore spirituale, sede di Dio, cui tendere; e la terra quale fonte di ogni male; regno del serpente, dal quale rifuggire: il sommo bene, insomma, e l’infimo male, classica dicotomia. La frase, nell’esposizione dei vari momenti creativi, potrebbe anche indicare la necessità di un procedere per gradi, per la suddivisione dei periodi lavorativi (lavorazione dei campi, il succedersi dei mesi e delle stagioni, e via discorrendo), un suggerimento di organizzare il lavoro in periodi (mi viene in mente il trattato di Esiodo “Le opere ed i giorni”); contenere un accenno di calendarizzazione, che scandisca il tempo, specie per i rituali, connessi alle varie festività religiose, e via immaginando. Da parte sua, l’agiografo, non cessa di ricorrere a tutti gli antropomorfismi del caso, per essere ben inteso e, quindi, dare consistenza alle intenzioni, sottostanti alla sua tecnica narrativa.
3) - Ci soffermeremo, invece, sulla parola chiave, sul soggetto creante: DIO, unico, Ente supremo, preesistente alla creazione. L’agiografo introduce la frase, spoglia di preamboli, imponendo all’umanità una rivoluzione senza pari e precedenti: il monoteismo, in contrapposizione all’imperante politeismo di tutti i popoli coevi. Sembra una cosa ovvia (a noi) ed è il tutto.
Dio non solo è unico, ma si è destinato ad Israele, scegliendolo, come suo popolo. Quindi Israele è il portatore, il custode, il diffusore del monoteismo. Non vi sarà, pertanto, peccato più grave che discostarsi da questo principio basilare, rinnegando la piena sottomissione ai voleri del proprio Dio tribale e personale.
4) - Oggi si ascrivono ad un unico Autore sacro i primi capitoli della Genesi, attribuendoli a Mosè. Ecco, secondo me, come si spiegano i passi biblici, precedenti alla discesa del Legislatore dal Monte Sinai: bisognava far comprendere alle tribù d’Israele, dedite a rituali orgiastici, il pericolo, in cui incorrevano, rinnegando con il loro comportamento i principi, su cui era fondato il loro credo religioso; e sui quali era stata istituita l’Alleanza. Ricorre, allora, adoperando i mezzi consuetudinari per attirate l’ascolto e la dovuta attenzione dell’uditorio, a stendere un diario-promemoria di quanto accaduto “in principium”, zeppo d’antropomorfismi, ma non privo d’efficacia – e di poesia -, che ancora oggi colpisce e provoca l’incalzarsi delle inchieste, degli studi e delle interpretazioni sull’argomento.
5) - Questa mia esposizione forse parte troppo da lontano; dalla creazione dell’universo agli episodi legati al culto del vitello d’oro; ma sono proprio passaggi, come quest’ultimo, che spronano l’agiografo a ricordare gli effetti della disobbedienza. Per far rientrare il caso della partecipazione degli israeliti ai riti orgiastici, fu necessario ricorrere all’eliminazione fisica dei gruppi di più acceso fanatismo e di più aperta ribellione, alla quale sulle prime parteciparono esponenti della classe sacerdotale e, addirittura, i figli di Mosè. (Cfr. Esodo, XXXII 23 e ss.).
Conclusioni:
a) – Il peccato cosiddetto originale va inteso, dunque, come “primo” in ordine di tempo, “prevaricazione, all’origine d’ogni altro peccato”, “il più grave di tutte le infrazioni”, “l’aperta ribellione ai voleri di Dio”. I trasgressori vanno processati e condannati senza appello anche nella loro discendenza. È la condanna all’umanità, che ha tentato un colpo gobbo. Va, tuttavia, escluso ogni riferimento alla vita sessuale dei progenitori, rigettando ogni interpretazione in tal senso, che si è spinta addirittura ad ipotizzare un intervento di Dio sui cromosomi della coppia primigenia, sul loro DNA, o chirurgie del genere.
b) – I primi capitoli della Genesi sono da considerare una retrospettiva, offerta dall’agiografo ad uomini di un’epoca molto lontana, rispetto agli avvenimenti ed alla situazione coevi. L’insegnamento sottostante balza evidente: ribellarsi a Dio provoca la reazione della divinità, tesa non tanto a ripristinare l’ordine infranto, quanto ad esercitare il diritto di condanna e punizione: Dio non viene meno a quanto ha puntualmente dichiarato alle sue pri-me creature.
c) – Uscendo dai passi in esame e sulla loro interpretazione, e riportandoci ai giorni nostri, l’insegnamento dell’agiografo resta valido, anche se celato dentro a una narrazione, fuori dei nostri canoni letterari. Si configura, così un giro chiuso, che ci riporta ai primi capitoli genesiaci: l’adesione ai divini voleri comporta la possibilità di redenzione (protovangelo); mentre il discostarsene ha per conseguenza la condanna.
d) – Questa dichiarazione del peccato, del derivante castigo e della promessa si pone come filo conduttore che lega tra loro il complesso dei libri veterotestamentari, esprimendone la tematica sostanziale mediante una carrellata retrospettiva.
Non si tratta, dunque, tanto di comprovare la storicità del racconto genesiaco della cacciata dal paradiso della coppia primigenia, che è la rappresentazione metaforica della condanna con la quale Dio punisce i peccatori, quanto d’interpretare lo stile proprio degli autori anticorientali, ossia il genere letterario, cui si associano.
Le Sacre Scritture propongono un fatto storico, sotto la forma metaforica di parabola, figura letteraria difficilmente comprensibile per un uomo dei nostri tempi. Non è indagine di poco conto: si tratta, infatti, di liberare l’insegnamento dalla veste letteraria della poetica rappresentazione della caduta (Gen. II, 1-7) e della cacciata dal paradiso (Gen. III, 20-24) di un fatto storico, presentato dall’ispirato agiografo come interpretazione del passato e spiegazione del presente.
Il peccato prototipo è accertato nelle sue tracotanti caratteristiche dell’orgoglio e della disobbedienza. Occorre, tuttavia, trarre dalla forma e dalla veste letteraria il contenuto spirituale e religioso.
In un periodo della storia del popolo d’Israele, posteriore alla creazione, l’agiografo medita sulle vicende degli uomini, ripercorrendo a ritroso il cupo strascico degli eccessi e del peccato fino alla colpa di origine, ai primordi dell’umanità. Egli non solo riporta un avvenimento, verificatosi in tempi remoti, ma lo correda di una lettura sul comportamento degli esseri umani che ancor oggi tentano d’escogitare veri sistemi di scusanti a giustificazione dei loro arbitrari comportamenti; ed offre, inoltre, agli esegeti del nostro tempo la possibilità di nuove argomentazioni. La carrellata sul passato remoto non si arresta al mero resoconto di avvenimenti non più alla portata di memoria, ma si estende ad una speranza, ad un messaggio salvifico.
VdA – H/K, 11 luglio 2007.

Vito D'Adamo