ID: 6875 Intervento
da:
Luigi Mari
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- Data:
domenica 19 agosto 2007 Ore: 16:06
Caro Franco, senza la sofferenza non sussiste la genialità. Il genio è chi crea senza conoscere, diciamo indulgentemente "senza imparare". Il genio è il massimo della creatività, che, però, sotto un'ottica pragmatica, è vista, nel contesto planetario, come una globale speculazione di pensiero quasi sempre distante dalla razionalità. I grandi, secondo me, della creatività hanno messo su nel tempo gigantesche impalcature inventive che, come torri babeliche, si propongono da secoli non certo di risolvere, ma almeno di sfiorare una dimensione razionale verso ciò che si trova al di là della soglia della ragione umana. Qualcuno ha detto: "Diffida dell'uomo e della sua mania di fare nodi". Infatti più la cultura per così dire "astratta" è dotta e geniale, maggiore sono i nodi da sciogliere per ritrovarsi semplicemente al punto di partenza.
Nella foto a lato: Una vittima del benessere occidentale. Il genio delle scienze positive è turbato da sentimenti di espiazione e produce velocemente elementi per guastare ed altri per riparare danni fisici all'umanità, esasperandoli fino ai disastri ambientali e atomici. Esiste una genialità che non farebbe danni psichici, quella scientifica, che stiracchia qualche decennio all'umanità; ma gli scienziati vengono spinti da supporti che fanno perno sulla sofferenza personale come esorcismo contro l'impotenza esistenziale dell'uomo rispetto alla finibilità. Inoltre la diffusione dei comfort e della mega-offerta nutrizionale in occidente ha sottoposto l'uomo al giogo simile a quello del "peccato-penitenza", nella fattispecie, malattia-cura. Tutto appannaggio delle multinazionali, la cui sete di potere-danaro è un altro esorcismo contro la propria impotenza di mortali. Quindi il genio scientifico non sussisterebbe senza un movente espiatorio terreno associato ad una sorta di emulazione divina quale scongiura dei mali.
Nella foto a lato: Le case-farmacia. Non si rinuncia al "benessere nocivo" spazio a tutti gli appetiti per assenza dell'umanistico nutrimento spirituale. Tanto la scienza riparerebbe... L’uomo non si rassegnerà mai della sua impotenza rispetto al mistero della vita e della morte. Ma la soglia della ragione umana è quella che è! Quindi la genialità. Il grande creativo, forgiato dalla sofferenza psico-somatica o soma-psichica è il pastorale laico dell'esistenzialismo circoscritto al di là dei limiti del trascendente. Le più grosse invenzioni dell’uomo, dunque, sono proprio in seno alla cultura astratta che ha i suoi cardini sulla sofferenza umana. Al di là delle culture talvolta disastrose, queste cattedrali assiomatiche si sono così incancrenite nei secoli, che la loro essenza è entrata a far parte delle cellule e dei geni.
Nella foto a lato: L'iconografia dell'inferno, contrapposizione del termine "salvezza". Allegoria decaduta con la moderna teologia che predice come massima condanna post-mortale l'assenza della luce di Dio. Ma l'idea dell'inferno è oramai un archetipo annidato nel DNA. I vesuviani, ad esempio, devono la loro genialità commerciale e la spinta all'arte e alla cultura a quella sorta di archetipo "endemico" annidato nei secoli nel DNA: il "mostro di fuoco" e l'ansia dell'attesa a livello inconscio. L’incesto, ad esempio, è uno dei pochi tabù universalmente indiscutibile perché soprattutto salvaguarda una genia sana, ma per il resto diversi tabù sono misure restrittive che favoriscono l'angoscia dell'uomo ripiega nello sfogo nell'"invenzione" culturale, altrimenti detta creatività. (Leonardo e Michelangelo). L’angoscia dell’uomo, legata al timore di una probabile assenza salvifica, è strettamente connessa alle pulsioni inconsce già dalla sessualità prenatale che, censurate poi dalla cultura, provocano i più devastanti sensi di colpa che la sfera emotiva dell’uomo possa incamerare e che sfociano inevitabilmente nell’unico drenaggio dell’angoscia, perché richiamano costantemente l’idea dell'assenza salvifica post-mortale. Tempi duri, dopo Freud, per sublimare arti e professioni cosiddette nobili, o rifugiarsi nell’ascetismo, nella poesia, che in diversi casi riflettono 1’infermità esistenziale. Il lavoro, alternativa all'elucubrazione dotta, vasto terreno di sublimazioni della massa, atto a scongiurare la problematica esistenziale approfondita, viene compromesso dall’alternativa robotica. Il lavoro a misura d’uomo, spersonalizzato dalla globalizzazione sul parametro del potere economico, assorbe l’energia mentale al popolo onde garantire il supporto per reggere i compromessi psichici con la realtà esterna. Ecco la crisi spersonalizzante dell'introversione e dal mal di vivere per l’assenza di identificazione. Altre invenzioni culturali di basso bordo sono quelle relative alle idee della bellezza e della ricchezza, che condizionano l’esistenza di miliardi di persone, pur appartenenti alla priorità numerica. Fortuna dei mass-media che fanno prodotti a valanga, Cina compresa.
 Se si tiene conto che la massa planetaria è in netta maggioranza non bella e non ricca, non è vero, allora, che sempre la maggioranza vince, forse non vince quasi mai. Ma il bello e il successo sono un potere caduco, e oltre a ledere i brutti e i poveri, finisce, in fondo, col danneggiare i propri detentori, che, se non compiono sforzi sostenuti onde evitare il decadimento, finiscono col cadere in un’angoscia maggiore. Diceva Daniel Mussy: La bruttezza ha un vantaggio sulla bellezza, dura per sempre. Io aggiungo pure la povertà. Vi è un abisso tra la natura dell’amore e l’idea culturale dell’amore poliedricamente elaborata dai geni della creazione: i tormentati, a mio modesto avviso, naturalmente. L’amore, purgato di volta in volta dalle mode letterarie della storia lo conosciamo tutti. La psicologia moderna un bel mattino ha deciso di spogliare l’umano da molte croste culturali flaccide di purezza e pseudomoralità, dei salotti alla Mauriac, lasciandolo nudo nel suo stato primitivo di istintualità. L’animale uomo ha un istinto di conservazione personificato, modificato dalla cultura. Alcuni sono concordi nel supporre che tutte le invenzioni culturali sono delle difese dall’angoscia, connaturata negli animali ragionevoli, coscienti del loro destino di finibilità, non solo, ma di probabile assenza salvifica post-mortale. Ma al di là delle affermate teorie speculative o psico-scientifiche, il timore, o più semplicemente il senso di finire, è presente in ogni forma cerebrale. L’animale, a mezza strada tra l’uomo e la pianta, vessato o recluso presenta gli stessi sintomi angosciosi dell’uomo ragionevole, che sfociano, a lungo andare, nel disequilibrio.
Nella foto a lato: una allegoria di Freud e il senso di colpa. Il senso di copa per antonomasia è quello del peccato originale. Ma non è difficile nella vita annoverarne altri nella propria coscienza. La sofferenza si dipana da questo movente e annaspa nell'esistenzialismo o nell'ateismo: ridicolo esorcismo. Sono pochi gli ostinati atei che non chiamano il prete al momento del rantolo. Le biografie dei cosiddetti grandi geni creativi sono esplicite a riguardo. Io suppongo che una forma iniziale di difesa, più comprensibile come senso di conservazione, sia presente già nello stadio fecondo pre-fetale. La prima reazione ovulo-cellulare e quindi la difesa dall’estinzione, che si accentua mano mano con lo sforzo neo-fetale contro la probabile minaccia abortiva. La lotta con la finibilità, quindi, non e subito istintuale-cerebrale pre-post-natale, ma è già presente con la formazione delle prime cellule; diviene istintuale durante lo stadio fetale avanzato, e si consolida in quello neonatale, onde perpetuarsi nell’esistenza. Ma l’uomo, per sua sfortuna, è dotato di ragione ed ha inventato la cultura che complica per subito esorcizzare questi timori associati. Quindi alla difesa istintuale pre-post natale si associa all’elaborazione culturale delle insidie della vita e dell’idea di morte, caratterizzate dal timore di una probabile assenza salvifica, elementi così bene esaltati dai geni della creatività artistico-letteraria da secoli.
Nella foto a lato: Un'altra vittima predestinata, per dirla con Leopardi. Già allo stato di cellule esiste un istinto di conservazione alla finibilità. Un neonato già riconosce il repertorio di difese che gli è stato imposto nel venire alla luce tanto da poterne fare un concerto da stadio con i suoi pianti. Le cose si complicano quando erediterà la sofferenza dei grandi geni della cultura e della scienza che gli inoculeranno le loro ansie frutto dei tentativi di esorcismo della propria pochezza rispetto alla potenza del mistero universale e assoluto: DIO, dove la massima genialità umana, (compresa quella teologica), mirmicolante si inginocchia e arroscisce. Ora diamo un'occhiata alla psiche conflittualizzata. La confusione umana è concentrata nel sincretismo Dio-Amore- Dio-Punitore. In realtà l’amore non è il bene che dualizza il male, quindi Dio-demonio, ma amore come esorcismo della paura, non solo di finire, ma di rivivere, dopo, nella sofferenza eterna edulcorata oggi da "Inferno" a "Lontananza dalla luce di Dio". Diremo, allora: Dio: idea della vita, demonio: idea della morte. A prescindere dalle teorie teofilosofiche millenarie, l’idea di Dio come garanzia di continuità e indispensabile agli animali dotati di ragione, sebbene la dottrinarizzazione di certi elementari concetti abbia generato maggiore confusione. Senza nulla togliere ai Padri della Chiesa ed ai teologi, e con tutto il rispetto per i credenti di ogni Confessione, i quali trovano serenità e sollievo,- bisogna ammettere che Diderot non aveva tutti i torti quando disse che le religione annunciata in passato da ignoranti facevano milioni di credenti, predicate poi da dotti fanno solo degli increduli. A prescindere dai quindici miliardi di anni luce che ci separano dall’ultima galassia sentita dalla terra (la Luna e a un secondo luce), la Religione è una grande realtà per tollerare l’orrore della morte, tranne due elementi comuni a molte Confessioni, che alimentano l’angoscia umana: l’idea della punizione e l’elaborazione culturale della sessualità ad esso relativa. L’eterosessualità, dunque, non condizionata dall’idea di peccato, che richiama subito l’inferno, è la più idonea equilibratrice della vita cellulare-psico-metabolica, connessa all’idea di Dio-amore, così, invece, irrazionalmente elaborata culturalmente, non altro che da fantasiosi bisogni di espiazione terrena. Dio è essenzialmente la cellula, la Sua e la nostra essenza pura, è l’organismo che vive e bisogna sempre favorirlo, curarlo e alimentarlo nei legittimi appetiti nutrizionali, nell'erotismo naturale, foss’anche nell'atarassia epicurea. La proverbiale sicurezza del ventre materno avvezza specie l’animale uomo a scongiurare il timore di finibilità nelle parti lubriche di questo grembo, che conservano tutte le caratteristiche delle "mucose erogene freudiane". Da questo tipo di benessere-scongiuro si dipanano in vita tutte le peculiarità della sfera affettiva: tenerezza, attrazione, affetto, compassione e pietà, proiettive quest'ultime e, talvolta, come la carità, prevedono un tornaconto salvifico. La sofferenza umana è una trasmissione ereditaria non biologica, ma libresca o verbale, oggi mediatica, quindi nella massima diffusione. I cosiddetti geni difettosi in alcuni ceppi ereditari si sono formati non solo con secolari: denutrizione, alcool, droga, ipernutrizione, trauma da battaglia, ecc., ma da un sapere e un conoscere verbale o libresco ora classista e sperequato, ora minaccioso e fantasioso che non concede identificazioni durante il mosaico prepuberale evolutivo. L'Angoscia, con Freud, si chiamerà depressione. Rara nel terzo mondo e sparuta in occidente prima della civilizzazzione e il benessere capitalistico dell'Owest. Il conoscere e il sapere non estinguono il fuoco dell'angoscia, ma lo alimentano come voler spegnere il fuoco con la benzina. Il massimo fattore di questa sorta di inutile tentativo di emulazione divina, cioè la creatività geniale, spesso prende il nome di religione, morale, etica, filosofia, letteratura, ecc. Ed è proprio il limite della nostra ragione che ci implode nell'idea-DIO come totalità dentro o fuori le dottrine umane, le psicologie e le saggezze terrene. DIO tutto, indiscutibile prima e dopo la Sua rivelazione senza esorcismi deleteri e nichilismi dottrinari. DIO-bene; DIO-amore.

Testo rivisitato dal libro “Da Magonza a Torre del Greco” 1990 di Luigi Mari
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