ITALO SARCONE
Caro Franco Penza, è un pezzo che mi inviti a scrivere le mie opinioni sulla società, sulla scuola, sulla situazione attuale, dopo quel mio primo (e per il momento anche unico) intervento, dal titolo scorato e, forse, scoraggiante, "Che fare?". Ti ho sempre promesso di riprendere il tema: non l´ho fatto, perché non sapevo che altro avrei potuto aggiungere. Due sentimenti si contendono il mio animo: quello dell´inutilità del dire, quello della necessità del dire. L´estate è finita e, con il ricordo di belle passeggiate, mi resta anche quello, davvero desolante, di ciò che ho visto e che mi ha confermato nell´opinione che il cittadino per bene (per intenderci, quello che, osservante non solo delle leggi scritte, ma anche di quelle non scritte dettate dalla decenza e dal buon senso, lavora e con il suo lavoro porta avanti la società) è stretto da tutte le parti da forze oppressive ed opprimenti, opporsi alle quali sembra del tutto vano. Si va dai cinquanta centesimi che in molti luoghi bisogna pagare per servirsi della ritirata: a Ravello, ti siedi ad un bar che si fa pagare in maniera alquanto esosa una bibita o un gelato. Poi, quando chiedi che ti si indichi la toilette, ti indirizzano a quella pubblica, dove devi pagare il balzello. E se non hai i cinquanta centesimi (può anche capitare, no?), che fai? Imiti i cani e ti servi del primo albero sulla piazza, oppure ti trattieni fino al ritorno a casa? Vai a visitare un museo: fino a qualche anno fa, era consentito fotografare, senza flash e senza cavalletto, limiti che, in fondo, erano giusti. Ora, grazie alla famigerata legge Ronchey (era un campione del liberalismo, costui, o un rappresentante del più bieco capitalismo di stato? Confesso di non ricordarlo), è proibito al visitatore di portarsi a casa il ricordo di un´emozione provata nelle sale del museo. Occhiuti custodi biecamente vigilano perché nessuno si azzardi a scattare un solo fotogramma. Ovviamente, per obbligare all´acquisto delle cartoline. Vai a Firenze e scopri, con amarezza, che, per entrare in Santa Maria Novella o in Santa Croce, devi pagare un altro balzello. Una chiesa, in luogo sacro viene trattata alla stregua di un museo. A Santa Maria Novella, per l´appunto, mi è accaduto di esprimere questo disagio alla signora che staccava i biglietti. Costei ha sostenuto la necessità del biglietto d´ingresso con una foga, direi con una violenza, giustificata solo dalla preoccupazione di salvaguardare il proprio posto di lavoro: preoccupazione legittima, per carità, ma è significativo che non ha voluto neanche per un momento prendere in considerazione le motivazioni della mia protesta. Neanche per un attimo ha voluto non dico accettare, ma nemmeno discutere la possibilità che sia indecente trasformare una chiesa in un museo, negandone la sacralità. Sarà che Firenze si è sempre distinta per un atteggiamento mercantilistico, teso agli affari, e si sa che, quando c´è di mezzo il dio denaro, le ragioni dello spirito possono andare a farsi benedire. Possibile che, in Firenze, nessuno si renda conto della sconcezza che un italiano debba pagare il biglietto d´ingresso per andare ad onorare quei monumenti dei suoi grandi concittadini, che Foscolo cantò nei "Sepolcri"? Ricordi scolastici cari a generazioni di studenti, che Firenze tiene in nessun conto, attenta solo ai classici trenta denari. Ho lasciato la città, cara al mio cuore di studioso, esclamando: "Vergognati, Firenze, che hai trasformato, per calcolo venale, le tue più belle chiese in musei!" E ho ringraziato le vicende dell´umane sorti, per cui le ossa di Dante, morto in esilio, riposino a Ravenna, altrimenti oggi dovremmo pagare anche per onorare la tomba del Sommo Poeta. Il quale per altro, non esiterebbe, se sapesse, a porre gli amministratori della sua città nel girone dei simoniaci. Altro ti potrei raccontare, ma sono certo che tu stesso hai esempi da portare: la vicenda del tuo ambulatorio è un altro evidente segno del disinteresse verso i più deboli e verso chi disinteressatamente si prodiga a loro favore. Sarebbe infine legittimo che i cittadini chiedessero ai rappresentanti dei vari governi, che si succedono solo per rincarare la dose: "Ma insomma, con le tasse che versiamo nelle casse dello stato, il cittadino che cosa si paga?" E poi, in giro per i monti e le valli della Campania, alla ricerca del patrimonio storico e culturale della mia regione, dappertutto non ho visto che incendi: solo sulle falde del Vesuvio ne ho avvistati tre, una mattina, altri ne ho visti sul monte Soprano, alto sulla valle del Sele: sordidi interessi di pochi, ai quali è sacrificato il nostro patrimonio boschivo, il quale, a parte una bellezza estetica senza pari, costituisce un polmone che consente ancora di respirare.
| Ben presto, dei boschi del Cilento resterà ben poco e ci sarà tolta, assieme al verde degli alberi, anche quel poco d´aria che ancora ci restava. Ce n´è d´avanzo per essere presi dallo scoramento. E, allora, ti rinnovo la domanda: "Che fare?" Scrissi una volta una pagina di tono poetico sulla mia città: te la ripropongo, con il titolo, questa volta, di "epicedio napoletano". L´epicedio è il lamento, il compianto. Un "epicedio napoletano" fu scritto negli anni Sessanta da Amedeo Maturi, il grande archeologo cui tanto deve la conoscenza del passato del nostro Meridione.Non credo che si sarebbe dispiaciuto di questo piccolo furto, che è anche un omaggio alla sua memoria, oltre che espressione del dolore per il lento declino di quella che la più civile Capitale d´Italia.
EPICEDIO NAPOLETANO Napoli, un microcosmo, ricapitolazione del mondo, con tutte le luci e le ombre del mondo, solo che qui la luce è più abbagliante e le ombre possono essere più dense delle più fitte tenebre. Non per nulla il fascino ambiguo di Napoli trova il suo simbolo più adeguato nel canto ammaliante e pericoloso della Sirena. Per questo Napoli fu amata da tanti stranieri, senza che essi stessi sapessero esattamente perché. Per questo, per la densità dei suoi ricordi archetipici, mitici, storici, il visitatore impreparato, eppure sensibile, corre il rischio di un vero e proprio tracollo psichico, per la quantità di nuove, insostenibili emozioni da cui si sente pervaso e quasi sforzato. Il cuore della città pulsa nelle vie del centro antico, che secoli di storia resero auguste, dove il tracciato delle strade resta immutato sotto lo stratificarsi delle memorie, sì che ad una sensibilità esercitata è dato cogliere lo spirare di un´anima eterna, pur nel continuo rinnovarsi delle cose. Ma, presi nella fitta maglia della rete stradale, a stento ci viene alla mente il nome di Ippodamo da Mileto, colui che concepì la pianta a scacchiera, intenti a contemplare i brandelli di umanità che guizzano innanzi al viandante, come raggi di sole, in vicoli dove spesso il sole non giunge. Neapolis, fondazione di Cuma, a sua volta fondazione delle lontane Calcide e Cuma eolica, viene incontro nei resti venerandi della formidabile murazione; le strade della città romana sono ancora percorribili in quello che oggi è il sottosuolo, al Duomo e a San Lorenzo Maggiore. Alla superficie, la Napoli ducale, normanna, angioina, è attestata da chiese, palazzi, castelli. Il centro più vitale è ancora la via di San Gregorio Armeno, che fu già il cardine maggiore dell'antica Neapolis, congiungendo l'agorà, cioè il centro politico, civile e sociale della città, al decumano inferiore, l'arteria longitudinale ricca di vita, di movimento, di traffici. Questa via è oggi nota al gran pubblico come "via dei presepi", o "via dei pastori", per essere il centro, oltre che della statuaria sacra in legno e cartapesta, di quell'artigianato delle figurine in creta, il cui ricordo toponomastico è conservato da una viuzza tra il decumano e il Grande Archivio, la quale porta il significativo nome di "via dei figurari". È qui che, nella ricerca dei "pastori", delle figurine con cui popolare il presepe, il passeggero curioso, che non si lascia sfuggire i segni della memoria, i segni della leggenda e della storia, tratti distintivi dell'anima d'un popolo, è posto di fronte alla domanda di quale sia il senso del suo andare, con la coscienza che la risposta è la risposta su se stesso. Se cioè egli è solo il tipo del turista alla moda, alla ricerca del colore locale e della conferma ai luoghi comuni che i mezzi di comunicazione di massa gli hanno imposto, o se è il viandante alla ricerca del senso riposto dell´esistenza. Non molto lontano, nascosta in una viuzza parallela al decumano inferiore, l´Alchimia celebra uno dei suoi più trionfali fasti in quello che è forse il monumento più singolare della città: la Chiesa di Santa Maria della Pietà dei Sangro ammonisce ancora, attraverso l´opera di Raimondo, principe di Sansevero, che coloro che vogliono sapere devono avere il coraggio di guardare quello che hanno sotto i loro stessi occhi. Per cui, all´orecchio del turista che sia in vena di parlare di Napoli attraverso i luoghi comuni, la città fa risonare il monito di Salvator Rosa: "Taci, o di´ cose che siano migliori del silenzio". ITALO SARCONE

A cura di Veronica Mari della redazione
|