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Argomento presente: « Albergo dei Poveri »
ID: 7291  Discussione: Albergo dei Poveri

Autore: francesco raimondo  - Email: ciccioraimondo@fastwebnet.it  - Scritto o aggiornato: domenica 7 ottobre 2007 Ore: 20:56

ALBERGO
DEI POVERI
di Francesco Raimondo


Addò jate, aspettate nu' mumento! 'A Superiora ve vo'!! Si voltarono entrambi a guardare interrogativi la "madre portinaia" che da dietro li aveva rincorsi con il suo vocione nel mentre stavano per uscire in quel pomeriggio di sabato per andare al cinema-teatro Duemila, lì alla Ferrovia.
Tonino e Ppoppò non fecero in tempo nemmeno ad aprir bocca che quella già era sparita in una stanza laterale del lunghissimo corridoio senza dare alcuna spiegazione. Non restava loro che presentarsi per udire i desiderata per poi scappare a sedersi nelle prime file e godersi quello spettacolo teatrale a cui tenevano tanto e di cui avevano sognato per tutta la settimana.

"Va trova che bbo’ a nuie 'a Superiora a cchest 'ora!" fece Ppoppò dandosi una ravviata ai capelli impomatati di Tricofilina.
Avevano indossato i panni buoni della domenica ed usato tanto lucido per le scarpe che al loro passaggio lasciavano dietro una persistente scia dell' acre odore. Tonino dei due era il più basso però in compenso la sua fronte era alta, con 1'attaccatura dei capelli molto al di sopra di quella normale: alla Mao Tse Tung per capirci. Il viso era caratterizzato da un naso grosso, aquilino, che lo faceva somigliare a volte ad un rapace quando ti guardava con i suoi occhi mobilissimi piccoli e neri, ornati da cespugliose sopracciglia, la bocca regolare e così il volto magro e asciutto come tutta la persona.
L'espressione era sempre pensosa e seria come a celare un antico dolore pur essendo un giovanissimo: sedici anni appena. Ppoppò era più lungo, smilzo con le gambe un po' arcuate, che gli davano un'aria da cavallerizzo vecchio west.
Anche lui era fornito di un buon naso, non aquilino, ma grande e sporgente. Un nasone insomma che dava al volto allungato una fisionomia che chi lo vedeva una volta difficilmente lo avrebbe dimenticato. Lo sguardo era leggermente assente a confronto di quello di Tonino.
La sua era una personalità mite, delicata, equina se vogliamo, nel senso che Tonino, come altre persone, potevano senza sforzo eccessivo fargli compiere azioni o trovato disponibile ed ubbidiente in ogni occasione.
I due formavano un binomio affiatato e solidale anche se non mancavano in alcuni momenti delle tensioni che non sfociavano però mai in liti. Madre Luigia li accolse con un: "Lo so, lo so, cari figli che stavate per uscire, ma vi devo chiedere un grosso favore: dovete aspettare! !

"Credo che si tratti di poco momento " e abbassando il tono della voce riprese a dire: - "Donna Concetta sta morendo nel suo lettino al numero venti. Don Nicolino mezz'ora fa le ha impartito l’Estrema Unzione e mi ha detto che era questione di minuti, come pure il dottor Scaturchio. Per questo dovrete preparare la lettiga e trasportare, quando sarà il momento, la salma in chiesa, nella cappella, ma voi già sapete quello che dovete fare...."
"Allora non è morta ancora?" - domandò preoccupato Tonino. "No, non è morta ancora. Come vi ho detto è questione di pochi minuti. Intanto andate a prendere la lettiga ché quando salite la poveretta ci avrà già lasciato! Andate, andate e dopo potrete uscire e ritirarvi più tardi che oggi è sabato."
Questo disse Madre Luigia, stando con le braccia conserte, seduta dietro la scrivania già grande ma che lo sembrava molto di più in confronto a lei piccolina. I suoi piedi a stento arrivavano ad appoggiarsi ad un grosso pezzo di legno massiccio postovi sotto. Ella li guardava con l’aria di chi non ammette repliche mentre i due, silenziosi, se ne uscivano a marcia indietro ché di lei avevano, più che soggezione, un affettuoso rispetto essendo una persona giusta e amorevole.
La sua materna sollecitudine entrambi avevano potuto sentirla da sempre specie nella prima infanzia quando poveri orfanelli furono portati in quel luogo privati del calore di una vera famiglia. Madre Luigia per Ppoppò e per Tonino era una vera mamma. Un sorriso perenne le abbelliva il volto proporzionato e incorniciato dalla candida gorgiera a sua volta sormontata dalla nera macchia dei veli della tonaca. Appeso ad un'argentea catenella le cadeva sul petto un grosso Crocifisso d’ottone, lucente per le continue sue carezze. Aveva mani piccole ma belle e pure se maculate dai cosiddetti "fiori di cimitero", data l'età avanzata, erano ancora mobilissime e testimoniavano di una personalità forte e volitiva.
Quello che affascinava di questa donna minuscola erano gli occhi di un colore chiaro, indeciso tra il verde ed il celeste.


Vi si poteva leggere come in un libro le parole: umanità, comprensione, pazienza, amore verso il prossimo specie quello più indifeso come l’anziano ed il bambino. Ppoppò e Tonino a labbra serrate, così con i vestiti della domenica, scesero giù nel deposito situato a lato della porta d’ingresso.
Qui a manese al suo posto era appoggiato su due grezzi cavalletti d’abete l’oggetto del loro interesse.
Da una finestrella in alto tenuta sempre aperta e difesa da spessa inferriata, penetrava a scacchi la luce dall’esterno che si aggiungeva ora a quella della lampadina accesa posta anch’essa molto in alto, giallastra, fioca. L’ambiente era stato ricavato da una stanza più grande. Per questo dava sempre a chi vi entrava una sensazione di disagio, tipico di quando ci si aspetta di vedere una cosa e se ne presenta agli occhi un’altra. L’antica lettiga di legno dorato, dalle dimensioni più grandi di una media cassa da morto, brillava nelle sue dorature, raggiunte da duplice fonte luminosa. Ai suoi quattro spigoli erano scolpite delle faci capovolte a significare che la vita era finita. Sui due lati il monogramma della parola greca Xpistòs che il popolo crede che stia per la parola latina Pax.
La fattura dell’intaglio era veramente pregiata e trasmetteva ancora ai nostri tempi la concezione antica che gli avi avevano della morte e della dignità che sapevano attribuirle anche con la pompa degli oggetti ad essa legati. Ai muri di quella specie di deposito erano addossati ancora e vecchi lumi a bastone, di bronzo brunito che non erano più usati da tempo, e neri, lignei crocifissi privi della scultura del Cristo in diverse misure ed ancora svariati oggetti per apparare solenni funerali.
Di tutto quell’armamentario solo la barella era rimasta in uso. Essa era ben conosciuta da tutti in quel luogo ché spesso si poteva vederla venire vuota e tornarsene con l’ospite di turno. Il suo interno era tappezzato da un velluto rosso scuro in parte liso e fermato ai bordi da una continua frangia dorata, qua e là anch’essa staccata e con le teste dei chiodi in bell’evidenza. Quell’oggetto non era impolverato come gli altri che pure erano accatastati tutt’intorno. Si vedeva bene che assai spesso era maneggiato da quelle giovani mani. La sollevarono con decisione, avendola afferrata con i maniglioni d’ottone finemente lavorato posti a capo e a piedi e s’incamminarono così attrezzati lungo l’arioso scalone.

Non mancò nell’occasione un sospiro o qualche sguardo tra il meravigliato ed il rassegnato. Partivano da lente sagome d’anziani che si attardavano lungo lo scalone e i suoi ballatoi. Arrivati davanti alla camerata ove donna Concetta nel suo lettino, sola, sembrava come assopita, appoggiarono ad una parete la lettiga e rimasero come in attesa. L’orologio della vicina chiesa dell’Immacolata, che essi potevano vedere dall’ampio verone, batteva intanto i quarti d’ora. Il lungo stanzone dall’alto soffitto si apriva subito dopo un’ampia stanza di servizio. Una lignea pedana sormontata da statua di Madonna con Bambino con fioca lampadina accesa e fiori alla base era il suo arredamento. Qui i due avevano riposto la lettiga e Ppoppò fu mandato da Tonino a vedere donna Concetta a che stava.
La stanza dormitorio, lunga trenta e larga dieci metri, comprendeva una ventina di lettini allineati ai lati e con ampi spazio al centro, ove erano posti tre tavoli forniti di sei sedie ciascuno. Tra un lettino e l’altro dei bassi comodini di legno scuro in stile moderno. I lettini erano tutti in ferro verniciato bianco con testiera leggermente più alta. Donna Concetta era distesa nel suo lettuccio in penombra. Molto distante da lei riposava una sua compagna di cui si sentivano provenire dalla semioscurità stizzosi colpi di tosse in cadenza quasi regolare a rompere un silenzio greve di un non meglio identificato disinfettante che mal celava quel tipico odore d’ umanità anziana costretta a vivere in un unico, se pur grande e pulito, ambiente e molto spesso sofferente per i fastidiosi malanni delle età avanzate.

La sua persona era stata sempre molto magra ed ora era diventata per l'età piccola e fragile. Donna Concetta, dopo una non lunga sofferenza fisica, contrapposta invece ad una vita costellata di privazioni e triboli, sopportati con una forza insospettabile in un corpo delicato, stava ora concludendo il suo viaggio terreno in una malinconica solitudine che però aveva in sé una cristiana, eroica, dignitosa valenza.
Ppoppò si era avvicinato lentamente al lettino e cercava di capire se donna Concetta era già morta. Una bianca scolla le fasciava la piccola testa e le copriva la fronte febbricitante quasi a nasconderle gli occhi a mo’ di visiera. Due ciuffi di capelli grigi ed in disordine pendevano lungo le guance infossate. La loro magrezza dava maggiore risalto ad un naso ormai affilatissimo di cui la punta e le buie narici erano ciò che più colpiva. La bocca piccola e priva di denti spalancata come un buco rotondo evidenziava una lingua esangue, stanca e rinsecchita. Il suo aspetto era pietoso e grottesco allo stesso tempo. L’insulto estremo è quasi sempre accompagnato da simile epifania. Ognuno sembra ripercorrere la via Dolorosa, la via della Croce. Donna Concetta in quel momento somigliava all’Ecce Homo. Fine

Francesco Raimondo



Dott. Francesco Raimondo

 
 

ID: 7313  Intervento da: Luigi Mari  - Email: info@torreomnia.it  - Data: domenica 7 ottobre 2007 Ore: 20:56


A PROPOSITO DI CICCIO


La poesia di Ciccio Raimondo ha forza nella voce caustica del "trasgressivo a tutti i costi", in una dimensione e un parallelo, come dire, pre-evolutivo; un messaggio, perciò, anche candido, quasi una religiosità nella fisiologia erotica, che rasenta talvolta una sorta di venerazione deistico-verginale della donna, un eterno femminino comunque emendato nei suoi canoni classici, una sublimazione del fisiologico, ma devastato immediatamente o contemporaneamente, spesso per ingerenze dalla stessa donna, o della donna rivale nel ruolo di suocera, per subito rimanerne ammaliati, per poi odiare, amare ed odiare ancora.
Una voce, in questi versi, che ha la pregnanza dell'autentico e la spontanea icasticità dello scatto linguistico se pur costruito sul vernacolo partenopeo ortodosso, speculare e modellato, però, sull'idioma torrese che, pur non graficamente presente, verrà comunque colto dai corallini, che ne sentiranno la musicalità, il ritmo.
Il vivianesco, il russiano, fino al digiacomiano soccombono, però, come parametri soliti, non già per l'originalità dell'autobiografismo evidente, ma per la profonda e complessa tematica psicosessuale di stampo partenopeo tipica degli anni 60, che il Raimondo sembra solo sfiorare, con tocchi ironici lazzi e frizzi, come a voler celare e difendere il lettore alleggerendo questa problematica che comunque si evince. Esorcizzare con la nostra capacità di sdrammatizzare, noi, vesuviani, che se dobbiamo dire: "Mi fai piangere" diciamo "Mi fai ridere sotto gli occhi".
Uno spaccato dei sentimenti, dei pregiudizi, dei timori, degli egoismi e degli egotismi, fuori etica, fino ad un mercanteggiamento della materia corpo come fonte di benessere, come investimento di potere e di successo, come strumento di plagio e di sopraffazione, come arma di tattiche meschine; comunque la violenza psicologica dell'uomo contro l'uomo. Ciò evidenziato in un contesto geografico con un reddito (sperequato) superiore alla media nazionale.
E sono certo che persino all'autore, infondo, possa sorgere il dubbio di quali siano le vittime e quali i carnefici, se ci sono, o se sono da ritenere tali, vista questa penosa instabilità epocale, tra screzi, ripicche, tradimenti, immaturità, e folleggiamenti delineati nei personaggi descritti.
Segue una breve raccolta di poesie dove eccelle il contenuto sulla forma che, volutamente, ha stesura libera senza metrica, rime o sofisticherie di maniera. Quasi una prosa detta, una stenografia di un discorso unico ma frammentato. E' un Ciccio desueto, lontano dalla sua storiografia riallacciata a quella paterna, distante ma ricucibile all'inimitabile e letterariamente ben messo "La prima volta di Enzuccio" che potete leggere in questa sezione. Più che un fatto d'arte l'autore ha inteso qui comunicare, lanciare un messaggio sociale, ampio, ad estuario: protesta, dubbio, domanda, risposta, grido, rabbia, gioia, rammarico, dolore ed in alcuni passi: preghiera. Un valido ed attuale messaggio di interrogativo esistenziale. Tuttavia pur non giocando col vago e con l'ambiguo non si libera
nello sventramento della confessione.



Luigi Mari


PROFILO DEL NOSTRO
www.torreomnia.it/forum/bacheca/raimondo/raimondo.htm

L'ALBERGO DEI POVERI IN TORREOMNIA pubblicato nel 2001
www.torreomnia.it/Testi/raimondo/albergo_poveri01.htm

25° ANNIVERSARIO DI RAFFAELE RAIMONDO
www.torreomnia.it/forum/leggi.asp?id=7135

ITINERARI TORRESI
www.torreomnia.it/attualita/itinerari_torresi/SOLIDSCR5.HTML

LA PRIMA VOLTA DI ENZUCCIO
www.torreomnia.it/Testi/raimondo/enzuccio01.htm

POESIE DI OSA CICC
www.torreomnia.it/Testi/ciccio_poesie/set_frame_ciccio_poesie.htm

A MMIRIA
www.torreomnia.it/novita/mmiria.htm


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