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Argomento presente: « 'A LENGA TURRESE NON ESISTE! »
ID: 8322  Discussione: 'A LENGA TURRESE NON ESISTE!

Autore: Italo sarcone  - Email: italo.sarcone@libero.it  - Scritto o aggiornato: giovedì 20 marzo 2008 Ore: 16:00























Osservazioni linguistiche del Prof. Italo Sarcone sul dialetto torrese


'A LENGA TURRESE NON ESISTE!
Sotto il profilo della scienza si definisce “lingua” un sistema di comunicazione tale che i parlanti non comprendono quelli del sistema immediatamente contiguo: per esempio, la “lingua” italiana nei confronti della “lingua” tedesca o della “lingua” francese.
Si definisce “dialetto”, invece, quel sistema di comunicazione tale che i suoi parlanti comprendono quelli del sistema immediatamente contiguo: poniamo, il “dialetto” napoletano nei confronti del romano, del romano nei confronti del toscano e così via. Figuriamoci il torrese verso l'ercolanese o il porticese, ecc.
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Cari amici di Torreomnia,
ho seguito con attenzione il dibattito iniziato da Franco Penza sulle vostre pagine circa lo statuto di “lingua” da assegnare o meno al “torrese” e quindi, invitato da lui ad intervenire sull’argomento, ho esitato a lungo: quando le ragioni del sentimento, in questo caso l’attaccamento e l’affetto al proprio luogo natio e alla propria parlata, quale risuonò alle nostre orecchie e al nostro cuore di bimbi, si scontrano con le ragioni della scienza, si ha sempre timore di ferire la sensibilità altrui in nome della scienza. Ma alla scienza non possiamo rinunciare, neanche in nome dei sentimenti più nobili, i quali rischiano, senza i lumi della scienza, di trasformarsi in fede cieca.
Sotto il profilo della scienza si definisce “lingua” un sistema di comunicazione tale che i parlanti non comprendono quelli del sistema immediatamente contiguo: per esempio, la “lingua” italiana nei confronti della “lingua” tedesca o della “lingua” francese. Si definisce “dialetto”, invece, quel sistema di comunicazione tale che i suoi parlanti comprendono quelli del sistema immediatamente contiguo: poniamo, il “dialetto” napoletano nei confronti del romano, del romano nei confronti del toscano e così via. Figuriamoci il torrese verso l'ercolanese o il porticese, ecc.

E la ragione di tale distinzione è chiara: mentre le lingue, l’una nei confronti delle altre, sono blocchi ben definiti, i dialetti sfumano l’uno nell’altro, tanto da non conoscere veri e propri confini. Se un abitante del Piemonte, parlando italiano, e un abitante della Savoia, parlando francese, non si comprendono, si comprendono invece non appena parlano i rispettivi dialetti, che sfumano, appunto l’uno nell’altro.
Per questa stessa ragione, i filologi classici parlano di lingua osca e di lingua messapica, mentre parlano di “dialetto” omerico e di “dialetto” dorico, pur essendo state composte in questi “dialetti” alcune delle più grandi opere della letteratura universale: l’Iliade, l’Odissea, i cori della tragedia greca, le poesie di Pindaro etc.
La conclusione è che non si può parlare del “napoletano” in quanto “lingua”: bisognerebbe dire innanzi tutto se ci riferisce al “napoletano” del Vomero o di Santa Lucia o delle Fontanelle. E, per favore, non mi si parli del Pentamerone di Basile o di Pompeo Sarnelli, o di Giulio Cesare Cortese: si tratta di letteratura italiana in dialetto. E neppure del nostro grande Eduardo, il quale riconosceva il suo maestro in Pirandello e, quando inseriva nelle sue commedie espressioni dialettali, aveva sempre cura di tradurle poi in italiano. Né più che un divertissement va considerata l’opera del Galiani, che poi, guarda un po’, il trattato della Moneta lo scrisse in italiano.
E’ il torrese una lingua? Spiacente, ma non basta il timbro vocalico più scuro (‘u mare a confronto di o’ mare, i’ cape a confronto di e’ cape) o qualche altra particolarità fonetica a fare del torrese una “lingua” diversa dal napoletano. Ho letto su Torreomnia gli esempi di “lingua torrese”, ma nulla ho trovato che non potessi comprendere in quanto “napoletano”.
Non riesco neanche a dispiacermi se i giovani non sanno più parlare il “torrese” e neanche il “napoletano”: questo oblio va a tutto vantaggio del sapere parlare italiano, che è la lingua (questa sì, veramente lingua) nella quale parliamo di politica, di religione, di filosofia; sarebbe riuscito il nostro simpaticissimo ingegnere di Torre del Greco a laurearsi in ingegneria, discutendo in “torrese” la sua tesi di laurea?
Il vero pericolo è infatti questo: si può essere “bilingui” con l’italiano e il francese, con l’italiano e il tedesco o l’inglese: ma “bilingui” con l’italiano e il dialetto è impossibile, per la contiguità dei due sistemi linguistici. Per cui, o il dialetto si italianizza, limitandosi quindi a una semplice inflessione, oppure, che è anche peggio, l’italiano risulta viziato da una serie di errori fonetici, grammaticali e sintattici. Cosa che non è affatto piacevole, né remunerativa sul piano della onesta competizione sociale.
Il mio invito è, insomma, a continuare gli studi dialettologici, ma con la consapevolezza che si tratta di antropologia e di folklore, in qualche caso, giustamente, di archeologia. Ma a coltivare soprattutto la lingua italiana, in cui sono stati scritti dei monumenti eterni della letteratura universale: la Divina Commedia e la Ginestra di Leopardi, grazie alle quali molti stranieri studiano l’italiano. Nessuno straniero certo si sognerebbe di studiare il napoletano o il torrese, se non appunto dei glottologi, a fini storici e comparativi.




Italo Sarcone Prof. in Lettere antiche e ordinario di Latino e Greco


 
 

ID: 8380  Intervento da: Penza Francesco  - Email: francopenza@interfree.it  - Data: giovedì 20 marzo 2008 Ore: 16:00

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LA CUCINA DI FREUD

Di James Hillman e Charles Boer-Editore Raffaello Cortina -Milano 1986
P.es. Vitello alla nevrastenia, l’inverosimile crostata edipica, la trattenuta anale, Salsa narciso, torta paranoica, la civiltà e le sue indigestioni, lo stufato nevrotico. Buona lettura!

BUONA PASQUA di F.P.
A lingua torrese esiste? Va bene. Non esiste? Va bene lo stesso.
Per tutta la mia vita, visto che mi sento figlio del mondo, non ho mai voluto fossilizzarmi in un solo campo, la cosiddetta professionalizzazione nevrotica, che è necessaria per chi svolge un’attività specifica, ma a me ripeto è piaciuto leggere un po’ da per tutto, per una curiosità empirica e fortunatamente non ho mai estremamente professionalizzato le conoscenze. Sarebbe stato noioso.
Una confidenza per gli amici. Mi sono calato purtroppo per vivere negli ultimi venti anni nella medicina, ma non essendo figlio di immortali baroni, non posso esprimere giudizi sui farmaci inutili e sulle malattie inventate. Chi fermera' l'egemonia delle case farmaceutiche e il controllo su scienza e salute?

Le case farmaceutiche (leggi: potere economico) hanno creato un mercato. Che vieta il progresso scientifico e crea volutamente impreparazione dei colleghi. Mi sono calato nella pittura ed ho dovuto scoprire come in tutti i campi l’imposizione del potere. La libertà non esiste.
Agli amici dico che L’Infinito, stampato nella tipografia Mari, negli anni ’70, redatto per 40 anni con forma dignitosa e con determinazione, l’ho affidato ai parenti in Romagna, perché negli ultimi tempi i professori della redazione di Napoli censuravano, grazie alla loro professionalizzazione di trent'anni di carriera scolastica. Quindi, capiti gli ingranaggi, sono entrato e uscito dai campi: teatro, giornalismo, sport e tutto ciò che formava i miei giochi vitali.
Oggi sono in crisi per il proprietario che chiede una pigione alle stelle. Questi sono i problemi con trent’anni in più addosso. Tutto questo per affermare che le polemiche sterili, senza soluzioni, mi annoiano.
Buona Pasqua ai pedanti e agli scapigliati. Mi dice il compagno Carlo” Ma di che stiamo parlando?” Del sesso degli angeli? La gente muore ancora di fame, i barboni dormono sulle banchine della villa comunale, le guerre fisiche e morali sono in atto”.



Dott. Franco Penza della redazione



ID: 8378  Intervento da: Italo sarcone  - Email: italo.sarcone@libero.it  - Data: mercoledì 19 marzo 2008 Ore: 16:09




LA PARLATA TORRESE











Cari amici di Torreomnia,
avevo previsto che il mio intervento su “lingua e dialetto” avrebbe suscitato qualche reazione emotiva.
Infatti, già fin dal titolo attribuitomi dal redattore, si vede che le mie intenzioni sono state fraintese.
Non mi sono mai sognato di affermare che “ ‘a lenga turrese non esiste”, ma solo negare al torrese quello statuto di “lingua” che nego anche al napoletano, al ciociaro e così via.
Nel fare ciò, ho adoperato gli stessi strumenti razionali e intellettuali che l’ingegnere Argenziano adopera, quando, con regolo, matita, compasso etc., tira su i palazzi e getta ponti sui fiumi.
Cioè, data una definizione, se ne traggono tutte le conseguenze, come si fa con i teoremi di matematica, a conclusione dei quali si dice: Come volevasi dimostrare.
L’ingegnere Argenziano, nell’oppormi l’opinione dell’illustre linguista De Blasi, mostra di attribuirmi un’idea, quella della derivazione del torrese dal napoletano, che è lontanissima da me: non sarò altrettanto “illustre” quanto il prof. De Blasi, ma in gioventù ho impegnato, all’Università di Napoli, alcune delle mie diottrie nello studio di scritture e lingue antiche e moderne, e continuo a guadagnarmi il pane con il mestiere di filologo, per cui un’idea così peregrina non poteva prendere dimora nel mio cervello: se mi si va a rileggere, si vedrà che io ho scritto semplicemente che “i dialetti sfumano l’uno nell’altro”, il che implica non l’idea della derivazione, ma solo della contiguità. E solo per comodità io dico che il napoletano sfuma nel torrese (ma si potrebbe dire viceversa: il torrese sfuma nel napoletano, andando da sud a nord), perché il napoletano del Vomero sfuma in quello di via Salvator Rosa, come questo sfuma in quello del Cavone etc. cioè, per i dialetti avviene come per lo spettro dei colori, nel quale solo per “comodità” distinguiamo il verde dal giallo e questo dall’arancione, perché non puoi mai dire dove finisce un colore e dove inizia un altro.
Si tratta quindi di un esame scientifico, che esclude patenti di nobiltà da dare a questo o quel dialetto.
La mia “cattivesca” domanda, se avrebbe potuto l’ingegnere Argenziano discutere in torrese la tesi di laurea, lungi dal voler essere una taccia d’ingenuità, significava solo ribadire la distinzione tra lingua e dialetto: se posso discutere la mia tesi in italiano, francese, tedesco, inglese, è perché queste sono lingue; se non posso farlo in napoletano, in ciociaro, in veneziano, è perché questi sono dialetti. Quindi, non c’è incoerenza in Galiani se si diletta a scrivere una “grammatica” del napoletano, ma poi scrive le sue opere, e per necessità, in italiano. Tutto qui.



Nell'immagine sopra: allegoria sull'importanza dei gesti nella parlata dialettale vesuviana. (N.d.r.)


Sfondo porte aperte? Forse. Ma Lei, ingegnere, concorderà con me che precisare e chiarire le idee male non può fare di certo.
Voglio sottrarre a qualcuno il suo spassatiempo? Per carità, me ne guarderei bene. Anche perché io stesso, in qualche mia pubblicazione finalizzata agli studenti di liceo, ho inserito e commentato qualche bella canzone napoletana.
E tuttavia un avvertimento va dato. Non sarei categorico come Alberto Savinio: “il dialetto restringe la vita, la rimpicciolisce, la puerizia […] il dialetto è una delle espressioni dell’egoismo familiare, di quel ‘familiismo’ che è origine di tutto il male, di tutte le miserie che deturpano l’umanità” … No, forse il grande scrittore e pittore esagera, eppure ho avuto spesso la sensazione che se togliessimo alla plebe napoletana il suo dialetto, forse in giro ci sarebbe un po’ meno cattiva educazione.
Ed una cosa è certa: che nel dialetto possiamo esprimere molti sentimenti teneri o potenti, ma difficilmente con esso ci si solleva alla vita dello spirito.
Un piccolo episodio. Ero in Piazza Carità (oggi Salvo D’Acquisto) e vedemmo, noi maschi presenti nella piazza, transitare una donna stupenda, in jeans elasticizzati, una ragazza “da copertina”. Mi vennero in mente le parole di Guido Cavalcanti: “Chi è questa che ven, ch’ogn’om la mira, che fa tremar di chiaritate l’aure…”. Ma accanto a me, un altro passante sbottò: “mamma d’ ‘o Carmine!” Non si può negare che il sentimento di “spavento” fosse lo stesso, ma quanta differenza tra l’ingenua esclamazione del napoletano e il “tremar di chiaritate l’aure” dell’antico stilnovista.
Deriva da questo l’avvertimento di cui parlavo e su cui converrà riflettere, soprattutto per i giovani. E, Lei, ingegnere, poiché nella sua attività non avrà trascurato il parere del geologo, quando Le diceva che in quel punto il suolo era franoso, argilloso o altro, non potrà negare al filologo e insegnante il diritto di dare ai giovani il suo parere di competente.
Il dialetto è limitante.
Chi sceglie di scrivere e poetare in dialetto potrà comporre delle opere gradevoli, ma non arriverà mai oltre un certo punto: è quello che diceva Manzoni a proposito di Porta, del quale riconosceva la forza poetica, ma lamentava che, avendo scritto in dialetto milanese, questa forza non poteva esplicarsi al massimo. Leopardi, scrivendo in recanatese, non avrebbe mai potuto parlare del “verecondo raggio della cadente luna”, in cui l’aggettivo è di una ricchezza sbalorditiva. Ovviamente, sarebbe stato libero di poetare in recanatese, se avesse voluto, ma la sua carriera poetica non sarebbe stata quella che tutti ammirano.
Ma ognuno è libero di scegliere la sua strada, così come il suo modo di esprimersi. Non darò a nessuno bacchettate sulle dita, ma, come Lei difende il diritto al Suo spassatempo, mi riconosca il diritto di salvaguardare il mio.
Con simpatia


Italo Sarcone Prof. in Lettere antiche e ordinario di Latino e Greco



ID: 8334  Intervento da: Luigi Mari  - Email: info@torreomnia.it  - Data: giovedì 13 marzo 2008 Ore: 11:32


SUL CASO ARGENZIANO


Marechiaro, il nostro mare del Golfo di Napoli cantata nientemeno nel 1935 da Tito Schipa
















Ci vuole poco a tessere un'apologia ad un amico, invece mi avvalgo di ciò che ho scritto cinque anni fa. Intanto facciamo una premessa: a Torre del Greco puoi anche "dipingere d'oro" la città tutta, nessuno se ne accorge... Dopo 10 anni del mio lavoro di Torreomnia, un compaesano si fa vivo solo quando ha trovato una virgola fuori posto. Possibile che un'antologia enciclopedica oceanica sulla propria città si possa far finta di ignorarla con 5.000 ampie pagine web multimediali, 420.000 ingressi ad oggi? Dimentichiamo le parole del saggio: "il dolore può bastare a noi stessi, ma per vivere veramente una gioia bisogna condividerla con gli altri".
Così accade pure per chi si fa in quattro per la cultura. Telefonate di merito Salvatore le ha avute da non torresi; Salvatore Argenziano ha intanto qualche dichiarazione che lo scagiona da ogni pedanteria:
1) I suoi numerosi lavori sul web, pur se analitici e di valore, li ha sempre definiti "spassatiempe" senza mai arrogarsi il titolo di studioso da Premio Nobel.
2) Argenziano ha sempre sperato nel lavoro collettivo inerente la ricerca lemmatica e lo ha sempre postulato perché il dizionario possa crescere, poiché molti termini precipui, di stretta settorialità vengono tramandati solo verbalmente nei quartieri, nelle famiglie.
In ultima analisi persino ogni fatica sociale, peraltro non retribuita, che detiene pluralità di argomenti e costanza negli anni merita solo plauso.

Il prof. Sarcone didatticamente e scientificamente ha ragione nella tesi convenzionale "tra lingua e dialetto", ma bisogna tener conto che certi sostantivi vanno adattati come rafforzativi. Non sono pochi, ad esempio, ad aver detto: la ("lingua" napoletana,) per la sua musicalità, varietà di acquisizioni etniche, ingerenze delle dominazioni, ecc.; non solo, ma per aver generato a sua volta la canzone napoletana stessa che è "La canzone" per antonomasia da secoli.
Cosa c'entra allora la "Lenga Turrese" quella di Argenziano? Essa solo contestualmente è la "parlata turrese" convenzionale e comune. Ma nel substrato emotivo del ricercatore è la Sua lingua, starei per dire un dizionario romanzato dalla spinta dei sentimenti: suoni vocali che vanno oltre il linguaggio propriamente detto del significato scambievole, sono cioè la falsariga dei Suoi ricordi, dei vecchi profumi di alghe e catrame di Portosalvo, delle prime "sparoline" apprese dal paziente palato materno. " 'A Lenga turrese" è Sua e la chiama come vuole per diritto, come si chiama come si vuole la propria creatura. Il dialetto torrese pur se specularmente affine è un altra cosa, non peggiore né migliore, ma soggiace in una dimensione diversa.
Ma quello che è sorprendente è che gli altri torresi " 'A lenga turrese" non la scoprono o la apprendono o la imparano, ma la sentono, la ripetono, la gustano e la ritrasmettono, in certi casi scindendo i suoni dai lemmi, o aprendo a ventaglio la parola ora seminandola nei campi onirici della mente, ora sciorinandola sui fasci di ginestre intrisi di guazza primaverile; la ricordano e la sognano come da tempo immemorabile.
"Sono io la Napoli che leggete nei miei libri" - diceva Marotta - altre non ne conosco". Eppure quella del grande scrittore è stata la Napoli più autenticamente e veristicamente descritta in tutta la letteratura partenopea.

IL CASO ARGENZIANO
Argomentando di "Salvatore in quel di Bologna", slogan, questo, a cui sono affezionato, mi viene spontaneo dire "il caso Argenziano". Caso perché egli rappresenta l'emblematico incontaminato in una essenziale sfaccettatura della rosa di problematiche dell'area vesuviana, nella fattispecie il malore endemico: edonismo-egotismo di una Torre del Greco allineata alle città italiane con un reddito, sperequato, s'intende, di gran lunga superiore alla media nazionale e condizionata da specifici masi chiusi artistici, economici di settore. Eventi negativi che calano la qualità della vita compromettendo solidarietà, altruismo. disponibilità, in una parola la napoletanità.
Il pragmatismo, si sa, fa a cazzotti con l'antica cultura umanistica pregna di suggestioni etico-religiose che non tenevano conto delle differenze di classe se non per una logica gerarchica, ma che riusciva ad accomunare davanti a Dio il malato ricco con il malato povero; anche se meno davanti al medico.
Il "caso Argenziano" è visto tale perché dimostra come la perdita di pregi morali, elevatezze d'animo ed altri valori, dipendono più da un fatto endemico geografico che da cause epocali di etnicismo di respiro più ampio o, addirittura di vastità planetaria.
Torrese DOC, (e mi piace ripetere alla De Curtis: torresi si nasce e lui lo nacque), Salvatore Argenziano con la sua collaborazione incondizionata a Torreomnia, tiene alto il vessillo del torrese vecchia maniera, quello della parola mantenuta o della solidarietà, della disponibilità; il torrese dei baratti sui ballatoi di a laccia e putrusino; quello della "napoletana fumante" che penetrava usci, porte e portelle di architettura spagnola, oramai quasi totalmente falciate dalla ricostruzione.
Per il nostro concittadino il "tempo torrese" si è fermato nel momento in cui mise piedi fuori la Porta di Capotorre; ideale pargolo imberbe con alcuni anta, rivive oggi nitide le processioni profuse d'incenso e di afrore degli anni cinquanta, le pollastre dei poveri (pullanchelle) fumanti lungo il ciglio delle strade, i cazzabbocchi della Carmenella, i ceci e i semi di zucca tostati dei miraggi hollyoodiani dei Gradoni e Canali.

L'evocazione nei "Ricordi" rivela i primi turbamenti giovanili dell'autore causati dai tedeschi e dagli anglo-americani. Una "Recherche", tuttavia, poetica, metricamente libera, quindi descrittivamente più autentica.
La Torre del Greco di mezzo novecento insieme a Salvatore Argenziano sono l'idillio, due pargoli amanti, castigati dal sortilegio dell'amore indissolubile, una Giulietta e un Romeo divisi da un destino incontrastabile, ma uniti per sempre nei precordi.
Il torrese, in genere, che vive fuori porta (nella fattispecie di Capotorre) idealizza e sublima la Patria del Corallo, soggiace alla nostalgia e al lucore soffuso dei ricordi e questo lo risolleva dal giogo delle problematiche epocali attuali dell'area geografica che lo ospita. Dietro questa molla Salvatore Argenziano ha donato ai suoi compaesani, tramite Torreomnia, due gemme, per il momento: "Ricordi" e il "lessico torrese-italiano", che spera di ampliare con la collaborazione fattiva dei concittadini.
Dal primo componimento si evince la lirica che scaturisce dalla componente onirica, prevalente sul fatto epico, eventi, date, bombardamenti, sfollati, eruzione, ecc.
Tuttavia una storicità a mezza strada tra la storiografia e la cronaca, come fatto descrittivo, ma tutto diafano, incerto e sicuro insieme, come l'uomo, come un
pensiero lontano, come un romantico, perduto amore.
Una prosa in versi e dei versi in prosa, quelli di Salvatore Argenziano, che descrivono e sottolineano non già solo l'accaduto, ma la velata apprensione dell'accadibile che coinvolgono esistenzialmente la sfera affettiva di ogni genere di lettore, fuori del tempo, fuori del luogo, fuori della realtà, perché coinvolgono il dilemma eterno dell'uomo, animale sempre ossessionato dai dualismi male-bene, amore-odio che allignano soprattutto nei conflitti bellici, specie quello descritto appunto dall'Argenziano.
Ma, forse senza saperlo, o semplicemente perché egli vive fuori Torre, le note amare del racconto, le bassezze e lo squallore di una guerra così malapartianamente devastante hanno nociuto soprattutto non già solo sul morale quanto la moralità dei vesuviani; Argenziano, quindi, vedeva preannunciato quello che poi si doveva rivelare: quel certo degrado, come ho detto, della qualità della vita nella cintura vesuviana, come una cancrena morale mai sanata, ma consolidata dalle leggi spietate del business, dei mass-media-grancassa, dei feroci pseudo modelli sociali propinati indiscriminatamente e gratuitamente anche in un'area sociale che adoperava panacee e toccasana come le icone dei Santi, e gli scongiuri in un unico ibrido rituale.
La nostalgica descrizione dei "Ricordi" si ricuce diritta alle odierne guerre dell'animo umano, tra le stesse mura domestiche, tra lo stesso condominio, tra la stessa città. E' importante leggere lo spaccato descrittivo dell'Argenziano che subdorava già una vaga idea di un probabile 68 il quale, insieme a giuste rivendicazioni, ha causato un distacco troppo netto e repentino tra due generazioni favorendo, come dire, manodopera per i gestori dei mutamenti epocali in fatto di edonismo, consumismo, europeizzazione fino alla globalizzazione; mutamenti che saranno pure coerenti e consoni alle esigenze tecnico-scientifiche e demografiche attuali ma che hanno compromesso fino all'osso i tradizionali valori, i rapporti generazionali in un clima di totale incomprensione, confusione e disadattabilità e utopia rispetto ai modelli sociali.
La seconda fatica di Salvatore Argenziano è il "vocabolario torrese-italiano", un'opera meritoria che solo un torrese irriducibile come lui poteva stendere. Egli compie una minuziosa ricerca per i termini più reconditi. Un recupero di parole ed espressioni che vanno perdendosi nei meandri del tempo. Proprio perché egli, lontano dalla terra natia, quindi affatto contaminato, dicevo, dai malesseri endemici della specifica area vesuviana, poteva progettare e stendere con generosità, senza riserve e quant'altro di negativo per Torre del Greco.
Chiaramente Argenziano spera nella collaborazione di tutti perché questo lavoro possa crescere, poiché molti termini precipui, di stretta settorialità vengono tramandati solo verbalmente.
Ribadisco quello che ho detto in apertura: "il caso Argenziano" sia antesignano per le vere iniziative culturali per Torre, fuori dai masi chiusi della cultura locale; lontano dagli individualismi dottrinari e dai feticisti della raccolta storica di notizie e foto, materiale spesso finito nelle pattumiere dopo le inevitabili dipartite a cui è predestinato ognuno di noi.



Luigi Mari



ID: 8333  Intervento da: Penza Francesco  - Email: francopenza@interfree.it  - Data: giovedì 13 marzo 2008 Ore: 10:40




LA PARLATA TORRESE











Caro Gigi,
ieri mi ha telefonato l'avv. Renato De Falco e ci siamo scambiati le nostre conoscenze sugli idiomi. Alla fine mi sono convinto che non c'è niente di nuovo sotto il sole. Per tanto, invito i miei amici a leggere le cinquemila (ripeto cinquemila) pubblicazioni del glottologo De Falco, tra cui l'Alfabeto napoletano edito da Colonnese.
Ti prego di ricordare che esiste un testo che non si cita mai ma valido: LA PARLATA NAPOLETANA del torrese Mario Guaraldi edito da Fiorentino, che, in tempi non sospetti, quando non si dava importanza ai dialetti locali, tenta una conciliazione tra la parlata napoletana e la Provincia. Interessante e d'avanguardista.
Ti saluto. Franco Penza.



P. S. - Provo a capire se debbo ancora cibarmi di verdure o non devo mangiare più, visto che siamo immersi nella diossina. Il disastro è in atto. E noi dove dobbiamo scappare?



ID: 8324  Intervento da: salvatore argenziano  - Email: salvatore.argenziano@fastwebnet.it  - Data: martedì 11 marzo 2008 Ore: 18:48



















Pigia la freccia e regola il volume per l'ascolto di "Donna Sabella" di Anonimo. Canta il Gruppo Corepolis

Carissimo professore,
Lei sfonda una porta aperta quando parla di "Lingua" con la elle maiuscola e mai, dico mai mi sono sognato di scrivere “lingua torrese”.
Solo per il rispetto che ho per il napoletano, a volte scrivo “lingua napoletana” e a volte “dialetto napoletano”. Il termine “lenga” in torrese sta per “parlata” e tale termine, un tempo, era prevalente sulla parola “dialetto”.
Devo autocitarmi.
Nell’introduzione alla “lenga turrese” scritta all’inizio di questo simpatico mio passatiempo dicevo:

Ma il dialetto torrese è o non è una una corruzione del dialetto napoletano?
Una chiara e convincente risposta a questo interrogativo mi è stata inviata, con la massima cortesia, dal professore Nicola De Blasi, illustre linguista e docente dell'Università Federico II di Napoli:
Zmei Message Generator
















L'Applet qui sopra è una presentazione di Argenziano e dei suoi lavori più significativi (N.d.r.)

"Provo subito a rispondere a un dilemma che lei pone nello scritto in allegato e in un accenno del suo messaggio. Da un punto di vista linguistico e dialettologico non c'è dubbio che il torrese sia un dialetto diverso dal napoletano: dialetti tra loro vicini conservano infatti la propria individualità, anche se per motivi storici possono entrare in contatto e influenzarsi a vicenda.
Quindi il puteolano è un dialetto, il napoletano è un altro dialetto e il torrese un altro ancora, così come sono dialetti indipendenti (derivati tutti dal latino) quelli, per esempio, di Caivano, di Monte di Procida, di Bacoli eccetera. Perciò deriva da un errore di prospettiva l'idea che un dialetto possa essere derivato da un altro dialetto o essere la corruzione di un altro dialetto".

Con tale precisazione e senza riserve mentali di presunta inferiorità di nascita, riprendo il piacevole passatiempo per una proposta di salvataggio della lenga turrese.

Dico "lenga" e non Lingua, con la elle maiuscola. Lenga è la parlata e non occorrono decreti e leggi per asserirne l'esistenza e la validità né per salvarla.
Nel corso di questa esposizione mi capiterà di dire, indifferentemente, "lingua" oppure "dialetto". Non ne farò una questione di blasone nobiliare e lascio ogni polemica a chi ritiene di essere minorato se la sua parlata è detta dialetto oppure nobilitato se detta lingua. Nun me ne fotto niente.



Nella foto a lato: metafora sulla "lingua" dei politici. Estranea all'argomento corrente. (N.d.r.)


Questo è quanto scrissi allora e di ciò sono ancora convinto. Se il napoletano è Lingua oppure dialetto è argomento che non mi interessa affatto.

Lei confonde lo studio di un dialetto con le intenzioni leghiste di sostituzione dell’Italiano con la parlata locale. Per Lei Ferdinando Galiani è un incoerente perché studia il dialetto napoletano (un divertissement!!!???) e scrive la sua opera “Della Moneta” in italiano. Cosa pretenderebbe da quelli che fanno studi seri di linguistica? Che parlassero e scrivessero nel dialetto che studiano?

Poi Lei mi chiede della mia tesi di ingegneria eventualmente discussa in dialetto torrese. A me sembra questa Sua domanda del tutto inopportuna. Non mi faccia più ingenuo di quel che sono. Non ho mai pensato né scritto che alla lingua italiana potesse sostituirsi qualunque dialetto. Non sono un neoborbonico né un leghista secessionista.

Nella foto a lato: Metafora " 'A Lenga turrese sfriggiosa" delle mogli. Estranea all'argomento corrente, tanto per strappare un sorriso. (N.d.r.)


Probabilmente Lei è nauseato dal continuo udire storpiature napoletane della Lingua Italiana ma, per me, è del tutto diverso. Vivo da circa cinquant’anni tra persone che non parlano il napoletano e, abitualmente, neppure i loro dialetti, né lo parlo io.

Per finire non comprendo il suo invito patriottico allo studio dell’italiano. A chi è rivolto? Non vedo perché non si possa aver cura della Lingua Italiana (per quanto se ne sappia) e, contemporaneamente, studiare la lenga materna, con tutto il piacere che questo ricordare può procurarci.

Ancora fuorviante e per nulla in tema la sua idea che uno straniero possa studiare un dialetto invece della Lingua nazionale. Facciamo in modo che ogni cosa sia al suo giusto posto. Se parliamo di dialetti non scomodiamo la lingua italiana a confronto.

Con affetto,
Salvatore Argenziano



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T O R R E S I T A'

Autore unico e web-master Luigi Mari

TORRESAGGINE