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Argomento presente: « TORRE DEL GRECO-FORESTA NERA »
ID: 9090  Discussione: TORRE DEL GRECO-FORESTA NERA

Autore: Vito D'Adamo  - Email: Viad37@online.de  - Scritto o aggiornato: sabato 5 luglio 2008 Ore: 16:52


Pigia la freccetta per l'ascolto di Marlene Dietrich nel suo capolavoro tedesco !Lili Marleen”, regola il volume.


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Carissimi,
"arrieccomi" a casa e a voi tutti, anche se più morto che vivo, al termine di un nuovo, troppo lungo, soggiorno in clinica per accertamenti vari, dai quali non è emerso niente, che già non fosse noto.
Sono veramente stanco, ora, e privo d'appetito; ho perso peso, ho in bocca il sapore del fiele: eppure, vado migliorando, mi sembra incredibile! Forza di volontà, credo.
Avevo preparato, qualche giorno prima del ricovero in clinica, il racconto allegato. Non mi è stato possibile spedirvelo per ragioni di tempo e l'altre solite: non riesco più a collegarmi direttamente e, pertanto, mi affido alla vostra cortesia per la pubblicazione e alla vostra fantasia per illustrarlo.
Vi abbraccio tutti, affettuosamente. Abbiatemi sempre presente.

NELLA VALLE DEL KINZIG


Lorenzo uscì dagli spogliatoi, percorse il corridoio, ascese i nove gradini, che portavano all’aperto, e si fermò fuori del cancello automatico della Metallwarenfabrik a fumarsi una sigaretta. L’aria era tiepida ed ossigenata e solo un incipiente arrugginirsi delle foglie sugli alberi denunciava l’imminente autunno. Aspirò le prime boccate di fumo, gli sguardi feriti dall’improvvisa luce e sollevati alle colline, che digradavano coi loro boschi nella Kinzigtal, agli alberi, al cielo.
Gli passavano davanti operaie ed operai, frettolosi, che s’avviavano all’ampio parcheggio. Renzo rispondeva ai loro adieu, ai loro aufwiedersehen, asta luego, buena noche, ciao; ai loro frizzi, agli sfottò benevoli. Salutò amabilmente le tre minuscole portoghesi - io vedo, io ascolto, io parlo -, e ne ricevette in cambio una polifonia di adios, adios. Raggiunse, infine, la sua Ford e si diresse verso le colline.
Lasciatosi alle spalle il traffico, provocato dall’uscita simultanea delle centinaia di operai ed impiegati motorizzati, lanciò la macchina sulla magnifica arteria a fondovalle, lungo il fiume; poi, giunto ad un bivio, imboccò la strada immediatamente serpeggiante sulle colline, in un trionfo di rossi, di verdi, di neri, d’azzurro, luci sfavillanti, ombre già tenebrose: il tramonto.
Così, strada percorrendo, attento alla guida e, tuttavia, non insensibile al proscenio naturale, vario di per sé e mutevole ad ogni istante nell’alternarsi delle curve del percorso stradale, rifletteva sulle sue faccende, che poi erano le stesse che capitavano a tanti altri come lui e che, da semplici, si complicavano o stranamente si semplificavano, al punto che molte volte sembrava si risolvessero da sole o che fossero destinate a non concludersi mai. Poi pose mente e prese a ripassare i versi, abbozzati la mattina - ma altri gliene sgorgavano, frammenti di cose vissute, intraviste, pensate - operando ai torni e al ritmo di essi, in omaggio allo Schwarzwald:

In collina, tra alti boschi,
e monti distanti
laboriose e serene
genti albergano
sotto svelte corse
di tetti spioventi.
Qui ora lavoro il ferro
con i colleghi di diverse favelle,
nelle fucine di questa lunga valle,
ove, in fondo scorrendo,
spartisce il Kinzig la contrada,
guardata
dalle torri medievali.
Nei toni accesi del tramonto,
mentre nasconde l’orizzonte il sole,
sui puntiti campanili
s’alza la sera.
Foresta Nera,
mia seconda Terra
in quest’ultima Patria europea!

Bisognava, adesso, limare e polire; ma in quei versi Lorenzo aveva messo alcune cose, nelle quali credeva. Sospirò e fermò la macchina presso un ponticello, donde, sporgendosi dal parapetto di legno, guardò nell’acqua le trote venirgli a fare le bollicine a meno di due metri dal naso.
*
Lungo la strada, tra la normale segnaletica, c’era un’indicazione di pericolo, ove, al centro del triangolo bordato di rosso, era raffigurata una silhouette di cervo, rampante di nero. Lorenzo l’aveva denominata “la segnaletica del colore locale”. S’era in piena zona turistica; i cartelli con su scritto “Zimmer frei” non si contavano, ma non si trovava un’abitazione per i lavoratori immigrati neanche a sognartela di notte.
Nell’entroterra cervi, daini, caprioli, scoiattoli vivevano il libertà assoluta e rispettata, del tutto indisturbati, protetti, viziati; e gli uccelli ti saltellavano fra i piedi come se uno fosse Heilige Franz von Assisi e, talvolta, prendevano cibo dalle mani dei passanti.
Una volta un fagiano aveva tentato di beccargli le dita, grossa impertinenza da parte del gallinaceo, che niente rischiava, dato il senso civico, la deferenza verso le leggi di Lorenzo. Il volatile di ciò, si capisce, non era cosciente e cosa abituale era per lui avvicinarsi e prendere dalle mani dell’offerente quanto costui gli porgeva.
Lorenzo, però, non si spiego mai com’era riuscito a non torcergli il collo.
- A me, un fagiano, pensa! -raccontava poi a Sandra, ristabilendo, con lo sfogarsi dalla tensione, il self-control dovuto esercitare sulla sua psiche di cacciatore. - A me, che San Francesco non sono, e mai lo sono stato, almeno in Italia, specie nei confronti di tale prelibata selvaggina! Non so chi m’abbia trattenuto: il buon nome d’italiano, forse, per non far vedere, non dare ad intendere... Ma tu ci pensi, Sandra? Un fagiano grosso così e bello e con le penne d’un colore...
Da quando, poi, aveva assistito alle evoluzioni d’una coppia di cervi dal mantello fulvo, due cervi rossi, che, sulla strada nazionale, in pieno meriggio, andavano scavalcando d’un balzo le auto, inchiodate di colpo a terra dalle disperate frenate dei conducenti per il timore di procurare guasto a quei superbi esemplari, - e per le conseguenze d’ordine legale-, egli non stava più nei panni e bisognava bene che si recasse di tanto in tanto alla “Gasthaus zum Schützen” a consolarsi alla vista dei trofei, esposti lungo le pareti di legno, di cervi, daini e caprioli, fra i quali torreggiava Farinata, mezzo enorme cinghiale, un gigantesco Wildschwein dello Schwarzwald, imbalsamato ad arte “dalla cintola in su”; e pareva che schizzasse nella sala, con le zampe anteriori distese al balzo e la bocca aperta e le zanne d’avorio e il grifo; e giurava e spergiurava, Lorenzo, che mai nulla di simile s’era mai visto sotto il sole, nemmeno da suo padre, che di cinghiali se ne intendeva per davvero e li attendeva a piè fermo al balzo, quando, feriti, s’avventavano feroci, armato del solo coltello da caccia; e che parecchi ne aveva sventrati, a riparazione delle goffaggini di qualche compagno di caccia, tiratore maldestro – raccontava ai suoi figli, che ascoltavano a bocca aperta il padre, narratore d’eccellenza-.
In questa Gasthaus fuori mano Pier Giovanni andava, inoltre, perché frequentata da cacciatori e, assaporando un calice di vino del Reno o della Mosella, poteva seguire il loro gesticolare, nel raccontare che facevano di loro imprese venatorie, ammutolendo solo quando entrava lo Jägermeister, il maestro di caccia; gesti a cui Renzo dava significato - era della consorteria, no?- e gli pareva di capire quando qualcuno, nel narrare, spropositava, dagli occhi che gli altri sbarravano e dai gesti nervosi con che portavano sotto i baffi gli enormi boccali di birra chiara, anche se di quel dialetto-gergo venatorio non comprendeva un’acca.
Ma, poi, il figurone, quando si alzava e posava con indifferenza, ma a bella posta, sul banco, mentre tirava fuori di tasca gli spiccioli per pagare, il mazzetto delle chiavi, da cui pendeva la medaglia d’oro, vinta in Italia in una gara di tiro alla pistola automatica, Scnellfeuerpistole! E il proprietario, vecchio cacciatore e tiratore anche lui, strabuzzava ogni volta gli occhi bovini ed esclamava:
- Ach, so!, e quello che Lorenzo aveva bevuto glielo faceva pagare; ma l’ultimo Schnaps lo offriva lui e se l’offriva; e sorbivano il rude liquore di colpo, guardandosi negli occhi, auguratosi il rituale Prosit!, mentre Lorenzo veniva pervaso da brividi d’orgoglio e gli pareva che lì dentro tutti facessero silenzio a quel rito, e accertava che le ultime, fortunatissime, sofferte serie in quattro secondi, cento punti tondi tondi, con le quali aveva sbaragliato tutti, valevano bene uno Schnaps ogni tanto e gli pareva viverci di rendita, guardando la medaglia e sorbendo l’infuocato liquore e avvertendo ancora entro di sé la scansione rapida, precisa, ritmata come da un metronomo, degli spari della sua Walther da tiro. Ora tutto questo si confondeva con l’effusione della polvere da sparo ed il sapore del distillato di prugne.
Sospirò di nuovo.
*

Sedeva su di una panchina, che l’ospitale organizzazione alemanna profonde ogni dove sia opportunità di sosta, presso una catasta di tronchi d’abete, abbattuti con tutti i crismi della legalità, considerava il paesaggio e rifletteva. Sotto di lui, la Valle del Kinzig; il quale scorreva lucente in mezzo ai prati, non contaminato dalle pur mille industrie; e tutt’intorno alberi: alberi sui pendii, sulle alture, sui monti all’orizzonte. Vagava lo sguardo di Renzo per la bella contrada, nutrice di cervi e caprioli; poco lungi si snodava il padre Reno e, oltre le colline, verso sud, sgorgava il Danubio nel parco degli Hohenzollern.
Che pace! Questo leniva le ferite, conciliava il ritrovarsi piano piano. Se non fosse stato per il paesaggio centro-europeo (già s’immaginava l’almo nitore delle nevi), avrebbe potuto qui forse scorgere Titiro,

...patulae recubans sub tegmine fagi...

sentirlo tentare l’agreste zampogna, a ricordargli l’esilio - o la fuga, o l’autopunizione, o il lucido esperimento?-, per contrasto con la serenità, con la bucolica quiete di quella natura pulita. Reminiscenze classiche: già Virgilio; ma poi Tacito, la “Germania”, Agricola, Varo; ma tutto ciò non era parte di lui, non era il suo sangue, dopo che assidui studi erano stati il suo pane quotidiano per diversi lustri; non se lo portava dietro, come le stesse sue membra?
E vedeva accampate legioni romane e le famose viae ed un sistema di attive stazioni di scambio, in una rapida carrellata nella storia, e le orde barbariche e l’elaborato nascere d’un ordina nuovo. Non si sentiva straniero in quella contrada: qui stava nascendo l’Europa, non sulla carta, ma nella carne. Era qui l’avanguardia, la testa di ponte, gettata, mantenuta dalle genti europee, il riappropriarsi pacifico d’un’eredità mai dimenticata, il lavoro gomito a gomito, che porterebbe di concreto alla riunificazione europea, pur se fra allarmate reazioni di rigetto. Un’altra, forse, delle sue tante illusioni, alle quali aveva ceduto pezzo per pezzo se stesso durante lo svolgersi degli anni di sua vita. Ma questa volta credeva di non sbagliarsi. Almeno, lo sperava.

Scuriva, ormai: autunno nella Foresta Nera. Rabbrividì e si alzò della panchina per raggiungere la sua Taunus di seconda mano.

Vito d’Adamo

HK - Testo originale – 15 Giugno 2008 – San Vito.



D’Adamo Vito, torrese doc dalla Germania

 
 

ID: 9094  Intervento da: Pasquale Zuccarini  - Email: pakopaz@alice.it  - Data: sabato 5 luglio 2008 Ore: 16:52

IN OMAGGIO A VITO D’ADAMO TORRESE DOC
DALLA GERMANIA



SEGUONO ALCUNI INTERVENTI IN COMUNITA' DEL TORRESE DOC VITO D'ADAMO RESIDENTE IN GERMANIA

Un intervento di Vito D'Adamo
Un intervento di Vito D'Adamo
Un intervento di Vito D'Adamo
Un intervento di Vito D'Adamo
Un intervento di Vito D'Adamo
Un intervento di Vito D'Adamo
Un intervento di Vito D'Adamo
Un intervento di Vito D'Adamo
Un intervento di Vito D'Adamo



A cura di Pasquale Zuccarini della redazione


ID: 9092  Intervento da: massimo visciano  - Email: visciano.massimo@libero.it  - Data: sabato 5 luglio 2008 Ore: 01:59

Caro Nonnovito, i tuoi racconti sono molto suggestivi, usi una prosa descrittiva convincente. Con la calura e il caos dell'area vesuviana penso alla frescura della Foresta nera.
Ho letto qualche altro tuo racconto precedente con l'aiuto della ricerca nel forum, ma sono tutti ambientati in Germania. Non che trovi niente da ridire, ma non hai mai scritto un racconto che risale all'infanzia e alla giovemtù torrese? Massimo Visciano

visciano.massimo@libero.it


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