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Argomento presente: « VESUVIANI PRE-POST REA »
ID: 9139  Discussione: VESUVIANI PRE-POST REA

Autore: Penza Francesco  - Email: francopenza@interfree.it  - Scritto o aggiornato: lunedì 14 luglio 2008 Ore: 16:04




Tiempe belle 'e 'na vota" cantata da Roberto Murolo
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UNA STAMBERGA: UN RICORDO
Giuseppe Penza 1996

Nella foto a lato: la letteratura dell'ultimo romanticismo, probabilmente cara all'autore Giuseppe Penza formato nel Primo Novececento

Nella casetta si notava un cero acceso dinanzi al quadro della Vergine Santa, qualche rozzo arredo e due pagliericci, sui quali stavano raggomitolati tre piccini. Margherita di dodici anni non sapeva come sfamare i fratellini, orfani della mamma. Il padre abituato a gozzovigliare nelle osterie lasciava poco denaro a sua figlia. Quanta miseria! Quanto dolore!
In paese poche persone davano un po’ di elemosina. Il parroco non poteva sempre soddisfare l’esigenza di quella famigliola, malgrado richiamasse continuamente il padre.
Un giorno Margherita decise di piantarla: “Tutti hanno un pane quotidiano, un padre amoroso, che cura le sue creature; perché? Perché?...”Ma poi volta alla Vergine trovò la rassegnazione, che le bisognava per tirare avanti. Alta, bruna, ricca d’intelligenza, lasciò i tre fratellini nella stamberga e s’incamminò verso la campagna, ove era solita incontrare nei suoi pensieri la mamma. “O mamma, o mamma, dal cielo non abbandonarci: prega il buon Dio.
Quando tutto pareva che crollasse, si levò dal suo animo una speranza, una fede: tirare avanti, non avvilirsi; animo, Margherita! Le venne l’idea di recarsi da un signore per il quale in passato la sua mamma aveva lavorato. Arrivata presso il palazzo, il latrato di un cane la fermò; ma un uomo dall’apparente età di sessanta anni, le disse in dialetto napoletano: “Chi vulite?” La bimba chiese di essere annunciata al proprietario. Fu ricevuta. Il signore stava fumando, la guardò e disse:”Che vuoi, bimba?” Margherita, timida, raccontò la sua dolorosa storia, chiedendo in preghiera un aiuto. “I miei fratellini hanno fame!” La parola fame era un singhiozzo.
Il signore la condusse in una stanza attigua,e, con garbo, mostrò gioie e denaro; poi cominciò a circuirla con mille parole. La bimba varcò la soglia gridando:”Ho capito le tue intenzioni! Ma la vergine mi aiuterà!” E scappò. “Mia cara bimba, che hai vissuto momenti drammatici, abbi fede in Dio. Egli ti aiuterà, non ti abbandonerà!” Una voce misteriosa le diceva questo. Purtroppo ci sono uomini che fanno della carità, abusando dell’apparente buon costume! Questi esseri abietti, che non meriterebbero di esistere, permettono il trionfo dell’ipocrisia.

Nella foto a lato: la letteratura dell'ultimo romanticismo, probabilmente cara all'autore Giuseppe Penza formato nel Primo Novececento

Una ragazza, a volte, è insozzata da questi figuri. La bimba ritornò nella stamberga col palmo della vittoria della purezza! Una buona donna del paese le portò del cibo: così rifocillò le creature. Il giorno seguente fu penoso. Il proprietario della stamberga minacciò la famiglia di sloggiare. Ma la gente del paese fu umana e solidale. Il padre di Margherita venne a lite in un’osteria e ferì un tale, che si era permesso calunnie sulla sua bimba. Fu immediatamente incarcerato. Margherita si rivolse al curato. “Confida nel Signore” le disse “il sole tornerà a splendere sulla tua famigliola”.
Il buon sacerdote, intanto fece rinchiudere in un collegio i tre piccini; Margherita accettò una modesta occupazione per sbarcare il lunario. Dopo mesi di carcere, il padre tornò a casa. Un miracolo era avvenuto: era divenuto un angelo di bontà. Ritornò pentito, ma malato: Morì poco tempo dopo.
La Divina Provvidenza, che soccorre tutti a debito tempo, non abbandonò la ragazza: un giovane prese a cuore il caso e sposò Margherita ancor giovanissima. Iddio aveva premiato le sue sofferenze! Il sole irradiò finalmente il suo animo! Oggi della stamberga resta il ricordo di anni vissuti male, ma pur sempre un ricordo di redenzione.

P.S. Sto riproponendo gli scritti di mio padre, perché pieni d’umanità, notando l’aridità di oggi, dove l’omicidio, la prostituzione, la prevaricazione sono il pane quotidiano.

L'associazione di volontariato Mani amiche e la Lega Nord Cisl FNP hanno presentato il 19 giugno 2008 LA FESTA DELL'ANZIANO alla Fondazione Pinelli di Materdei con Franco Penza, canto e poesia, Nunzia Marino, piano, Rita Contessa, presentatrice, Lucio Grieco, vocalista e tastierista, Mario Chiosi, poeta, Anna Rossini, canto religioso, Salvatore Costigliola, presentatore, Lidia Bianchi, canto, Franco Lombardi, segretario, M° Ciro Masi, Raffaella Viola, Antonella Puia, Maria Rosaria Petrungaro e l'attrice Lidia delle Vedove del Posto al sole. (Le foto a scelta) F.P



A cura del Dott. Franco Penza


 
 

ID: 9147  Intervento da: Luigi Mari  - Email: info@torreomnia.it  - Data: lunedì 14 luglio 2008 Ore: 16:04

Considerazioni a Margine di Luigi Mari
Giuseppe Penza riflette l'ultimo romanticismo napoletano dalle doglianze della Serao al verismo di Rea. Intanto Domenico Rea disse nell'intervista che segue:
Pulcinella fu l'inventore di Tangentopoli


Tammurriata, per i potenti che fanno finta di ignorare la Napoli degenerata. "Munnezz! ('O fieto Saglie Saglie) di Rosario Puzone-Lello Cardone-Maria Ylenia Trozzolo (Marenia). (Termini vietati ai minori).
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Il racconto di sopra di Giuseppe Penza, riprodotto anche nella foto a lato è oramai solo storia epocale che termina alla fine del secondo millennio col romanticismo. La prosa stucchevole e lacrimevole finiva già con Croce, che affossò i 110 romanzi di Mastriani.
Oggi la povertà addirittura non ha più etica, morale, religione, viene dall'ultimo romanticismo di una letteratura allora prioritaria e spesso solo di tendenza, da Hugo a De Amicis; a Napoli, da Serao a Marotta, da Rea, alla Ortese, e qui finisce quello che si può osare definire un'apologia alla povertà per la neecessità di allinearsi ai canoni classici religiosi che andavano a braccetto con la letteratura popolare, etica e morale sostenuta nei libri ancora come retaggio degli amanuensi prima, della Scriptura artificialiter laica e pragmatica, poi, durata 5 secoli fino all'avvento del computer e della diffusione assoluta della stampa planografica nellaglobalizzazione.

Nella foto a lato: "L'adulta... fiammiferaia" la mamma moderna che si sacrifica al lavoro e in casa per mantenere fino a 40 anni i figli cosiddetti "Bamboccioni".

Ora siamo ai tempi della "ADULTA fiammiferaia" o dell' "ADULTO scrivano fiorentino".
I genitori si ammazzano di lavoro o di imbrogli per mantenere i figli cosiddetti bamboccioni che si ritirano alle cinque di mattina per alzarsi a mezzo giorno e protestare sulla qualità del pranzo.
Uno stravolgimento dei ruoli epocali iniziato con l' "Anticuore" di Domenico Rea un libro "Cuore" ironizzato degli anni 70, visto dietro tutte le brutture e le contraddizioni odierne partenopee.

Nella foto a lato: L'adulto... scrivano fiorentino: un lavoratore del giornale di fine secolo, lo scrivano moderno con lavoro notturno per mantenere i figli eternamente disoccupati.


PECCATO CHE REA SIA MORTO. UNO SCRITTORE SENZA PELI SULLA LINGUA E PER NIENTE DI PARTE.
Oggi sicuramente un affiliato a Grillo e a Travaglio.


E ora diamo uno sguardo al "Corriere della sera" del 6 agosto del 1993.


PULCINELLA L'INVENTORE DI TANGENTOPOLI

Nella foto a lato lo scrittore napoletano Domenico Rea intervistato da Dino Messina del Corriere della Sera. Qui sotto precede un sunto saliente delle risposte di Rea, poi l'articolo.

"Perche' e' tutto li', nel "particulare", il carattere dell' italiano che bada soltanto ai propri interessi, a quelli dei propri figli e dei figli dell'amante".


"I napoletani?" siamo egoisti e individualisti. Tuttavia il nuovo risorgimento nazionale partira' da questa citta' ",

"Se vincessela Lega, noi rifaremmo il Regno delle due Sicilie, cosi' non compreremmo piu' aspirine, Alfa Romeo, Olivetti, perche' ce le faremmo noi qua, come nel ' 43, quando l' Alta Italia era affamata mentre noi napletani stavamo benissimo con l'arrangiamento".

"E' lo stesso tipo di errore che si fa quando si pensa a Riina capo della mafia. Ma questa e' roba da ridere, la mafia sta molto piu' in alto, in America, in Russia, in Cina, una oceanica unica famiglia collegata che solo la fine del mondo potrebbe abbattere, dove ci sono i signori che tirano le fila.

"Dopo la guerra gli uffiziali vestiti da borghesi sembravano proprio povera gente. Invece i plebei entrarono nella loro acqua uterina, il disordine, ed ebbero la capacita' dell' intraprendenza e davano a mangiare i "benestanti".

E in quest'ambiente uno come me ha difficolta' a dire che fa lo scrittore, l’intellettuale. Sa come questa gente, che non legge un libro, mi definisce? "' Na bella penna".
Un po' come dire: un fannullone, uno che quando ha voglia si mette al tavolo e scrive".

"Il popolo napoletano ha perduto le virtu', l' accontentarsi di poco, quando è arrivato il consumismo e ha visto che per mettersi alla pari con i signori bastava fare un po' di soldi". Nessuna meraviglia allora che Napoli sia diventata la seconda capitale di Tangentopoli perche' questo e' un paese vissuto d' imbrogli fin dal tempo dei Borboni".

"Questa citta' - continua lo scrittore in auto scansando un pedone - e' immutata dal tempo di Nerone. Altro che chitarre e mandolini, il napoletano e' egoista, a volte malvagio, sempre individualista. Lo vede quel semaforo? Anch' io non resisto al piacere di passare con il rosso. C' e' nel comportamento al volante forse tutto il carattere del napoletano". (Domenico Rea)
***

Secondo il napoletano Domenico Rea, (scrittore come Moravia e Roberto Bracco con la sola "quinta elementare") Pulcinella rappresenta il vero carattere dell' italiano. Al posto di Pomicino e De Lorenzo ", dice lo scrittore, " molti miei conoscenti avrebbero fatto peggio " L' autore di " Ninfa Plebea ", premio Strega, afferma che per capire il nostro paese bisogna leggere Guicciardini e Vico.
La crisi della squadra di calcio? " ma Ferlaino e' un uomo di valore " .
I napoletani? " egoisti e individualisti. tuttavia il nuovo risorgimento nazionale partira' da questa citta' ".

"Napoli milionaria, anche se di scena non c'e' De Filippo, ma De Lorenzo. La citta' dei bassi dove gli acquedotti continuano a essere inquinati, della plebe meravigliosa e cinica, della camorra, della borghesia becera e degli alti istituti di cultura.
La Napoli del terremoto, non quello del novembre ' 80, ma la capitale, con Milano, del sisma politico giudiziario.
La Napoli di Domenico Rea, che ha cominciato a descriverla a meta' degli Anni ' 40, quando tutto sembrava finito e invece tutto cominciava (Gesu' , fate luce, Spaccanapoli, Quel che vide Cummeo) e continua ad analizzarla oggi che un certo mondo e' davvero finito (con i saggi "Il fondaco nudo", e con "Ninfa Plebea", romanzo che ha stravinto l' ultimo Strega).

Domenico Rea, nato una mattina di 72 anni fa (l' 8 settembre, festa di Piedigrotta) ai Gradoni di Chiaia.
"Mi chiamano professo' ", dice Rea, "ma io ho fatto le elementari. Sono un plebeo". Un plebeo con una biblioteca di diecimila volumi. Un plebeo con la fissa dell'eleganza, che ti squadra dal basso in alto e lentamente annuisce, poi scuote la testa quando lo sguardo si ferma sulla cravatta. Un plebeo immerso nella realta' che per parlarti della rivoluzione di oggi, del sindaco che si e' dimesso, degli ex ministri inquisiti parte da lontano: da Guicciardini, da Vico...
"Devo confessare la verita' , all' inizio non mi sono reso conto di nulla", dice Domenico Rea, descrittore di spaccati sociali con l'occhio attento agli umori, alla vita concreta, al sesso, allo stomaco dei suoi personaggi napoletani.
"Non mi sono accorto del ' 68. A un certo punto ho capito, e mi sono meravigliato, ma ripensando ai "Ricordi politici e civili" di Guicciardini ho anche considerato che c'era poco da stupirsi.
Perche' e' tutto li' , nel "particulare", il carattere dell' italiano che bada soltanto ai propri interessi, a quelli dei propri figli e dei figli dell'amante.

E allora mi sono detto che Tangentopoli sta all'Italia come il sangue sta all' uomo".

Don Mimi' Rea accende una sigaretta, poi continua: "Son convinto che tra i miei conoscenti, tanti, al posto di De Lorenzo, di Pomicino, di Scotti, avrebbero fatto molto peggio. Allora c' e' da stupirsi che gli italiani, i napoletani, tangentisti nati, si meraviglino. Molta gente e' dispiaciuta che questa ZIZZA, (questa mammella=zizzenella), sia finita.

Perche' a Tangentopoli molti rubavano ma facevano anche mangiare. Come la camorra, che uccide e da' da mangiare a tanta gente" (senza giustificarla). Incontenibile, Domenico Rea parla come scrive. Battute in napoletano e riferimenti colti, anche quando fa dell'autoironia.

"C' e' del metodo in questa mia follia", dice di se stesso lo scrittore. "A me la Lega e Bossi sono simpatici, anche se non durano. Se vincessero loro, noi faremmo il Regno delle due Sicilie, cosi' non compreremmo piu' aspirine, Alfa Romeo, Olivetti, perche' ce le faremmo noi qua, come nel ' 43, quando l' Alta Italia era affamata mentre noi stavamo benissimo, perche' Napoli e' il paese dell' arrangiamento".

Ecco il tema prediletto del Rea narratore, gli anni di fine guerra, del primo grande cambiamento italiano analizzati negli straordinari racconti di Gesu' , fate luce:

"Nel ' 43 - continua lo scrittore - finisce la guerra a Napoli, la fame e' completa. Gli uffiziali vestiti da borghesi sembravano proprio povera gente. Invece i plebei entrarono nella loro acqua uterina, il disordine, ed ebbero la capacita' dell' intraprendenza. Furono loro a darci da mangiare, a inventare Forcella, il contrabbando, un vero commercio nazionale, a rimettere in moto le fabbriche di pomodori, ad aprire persino delle manifatture di vestiti.
L' analisi di Rea e' impietosa: con i politici al tramonto, con la borghesia dei circoli, con la sua plebe. "Tanti pensano impossibile che De Lorenzo con quella faccia, con quella tradizione familiare sia stato coinvolto in Tangentopoli.

Mi permetta: e' lo stesso tipo di errore che si fa quando si pensa a Riina capo della mafia. Ma questa e' roba da ridere, la mafia sta molto piu' in alto, in America, dove ci sono i signori che tirano le fila. Riina e' solo un criminale con la faccia del criminale".
"I borghesi napoletani? Vivono come inglesi in colonia, abitano nelle zone residenziali, via Petrarca via Orazio via Tito Livio, non conoscono il dialetto, non sanno cosa siano strade come Pignasecca, Porta Nolana, Porta Capuana.

Cosa ci si puo' aspettare da gente cosiddetta bene chiusa nei circoli a giocare a carte che pensa soltanto a comprarsi l'auto, a farsi la villa? I modelli sono questi e il popolo dei mestieri che ormai, come dice La Capria, ha in mano la citta' , ha sposato questi comportamenti: se tu compri la "Thema", pensano, io mi faccio la "164", tu hai la villa a Capri e pure io voglio la villa a Capri.

E in quest'ambiente uno come me ha difficolta' a dire che fa lo scrittore. Sa come questa gente, che non legge un libro, mi definisce? "' Na bella penna".
Un po' come dire: un fannullone, uno che quando ha voglia si mette al tavolo e scrive". La "bella penna", anzi "a ' chiu' bella penna e' Napule", come un giorno lo insigni' don Alfonso, un camorrista che si offendeva se don Mimi' chiudeva a chiave la macchina in sua presenza, torna a parlare del cambiamento che ha trasformato l' universo descritto nei suoi libri.
"Il popolo napoletano ha perduto parte delle sue virtu', che erano la capacita' di sopportazione, il saper sperare, l' accontentarsi di poco, quando e' arrivato il consumismo e ha visto che per mettersi alla pari con i signori bastava fare un po' di soldi".

"Nessuna meraviglia allora - continua lo scrittore - che Napoli sia diventata la seconda capitale di Tangentopoli perche' questo e' un paese vissuto d' imbrogli fin dal tempo dei Borboni. Mi ha stupito invece che Milano, dove ho vissuto nel ' 59 e nel ' 60, la capitale morale, la citta' europea, si sia rivelata il regno della bustarella. Se anche un barone dell' industria ha la mazzetta in tasca, scopri che davvero il vero eroe nazionale e' Pulcinella".

Il parallelo tra Napoli e Milano si puo' fare anche al positivo: i due poli nazionali che si son ribellati al sistema della grande corruzione. "Certo", dice Rea, "perche' Milano ha avuto Carlo Cattaneo e quel sangue non e' andato del tutto perso.
Napoli ha avuto Ferdinando Galiani, gli eroi della Repubblica del ' 99: i Domenico Cirillo, i Francesco Caracciolo. Ed e' la citta' del piu' grande genio italiano, Giambattista Vico". Chi ha ereditato i rivoli di questa cultura? Quale funzione hanno oggi organismi come l' Istituto superiore di studi filosofici diretto da Gerardo Marotta?

"La cosiddetta cultura alta - spiega Rea, quasi pentito di essersi abbandonato a un momento di ottimismo - e' avulsa dalla citta'. La gente ignora persino che certe istituzioni esistano. Qui non c'e', come a Milano, una Bocconi, che partecipa della vita reale". Allora cosa resta? Lo scandalo del professor Antonio Villani, rettore del Suor Orsola Benincasa, che pare abbia copiato buona parte dei suoi libri? Rea conosce bene Villani e per lui ha parole di stima: "Si' , Villani avra' pure copiato, ma e' stato uno dei pochi manager culturali di Napoli, ha portato qui personaggi di valore internazionale".

Da Antonio Villani a Corrado Ferlaino, un altro caduto di Tangentopoli, il presidente dimissionario della squadra di calcio per il quale Rea continua ad avere parole di ammirazione. "Lo rispetto - dice - come rispetto tutti i selfmademan, gli eroi della societa' americana che non capisco perche' noi dobbiamo disprezzare". Parla di Ferlaino, ma Rea di calcio ammette di non capire nulla se non il fatto che "la citta' , dopo i fasti di Maradona, cosi' gradasso e cosi' napoletano con quella sua faccia a ricciolo, preferirebbe l' onta della serie B a una navigazione di media classifica".

La Napoli degli ex potenti, la Napoli dell' alta cultura, la Napoli delle contraddizioni, "che gli scrittori, anche i piu' grandi, non han saputo raccontare e hanno parlato del grande cuore partenopeo, scambiando per solidarieta' i comportamenti dettati dalla convivenza forzata nei bassi". "Perche' - continua Rea - glielo descrivo io il mondo napoletano.
Una mattina posteggio l' auto, do la mancia al vecchio guardamacchine senza fermarmi a far due chiacchiere come di solito. Lui mi blocca e mi dice: "Professo' , non mi avete nemmeno guardato, come se io non fossi presente, ma voi non sapete chi ero io da giovane". Chi eravate?, gli faccio. "Ero magnaccio ' e femmine". Capito?

Un mondo cinico, amorale, sempre stato cosi' , altro che solidarieta' e grande cuore, invenzioni letterarie. Si' , un popolo anche apatico che invece di manifestare in piazza va al mare quando si e' scoperto di recente che l' acquedotto della Riviera di Chiaia e' inquinato. Ma anche un popolo che quando tutto sembra arrivato allo zero riesce a ritrovare le sue migliori virtu', riacquista una salute morale rara in altre parti.

Nella foto a lato: Bandiera della Repubblica napoletana del 1799

Siamo una societa' che deve vivere allo stato di emergenza per poter rendere. Sa cosa le dico? Che se qualcosa risorgera' in Italia questo avverra' a Napoli. Un paese immerso in un grande cambiamento che noi, i vecchi (penso a Prisco, a Compagnone, alla Ortese, a De Simone, a me stesso), non riusciamo a rappresentare. Siamo una societa' che deve vivere allo stato di emergenza per poter rendere. Sa cosa le dico? Che se qualcosa risorgera' in Italia questo avverra' a Napoli. Un paese immerso in un grande cambiamento che noi, i vecchi (penso a Prisco, a Compagnone, alla Ortese, a De Simone, a me stesso), non riusciamo a rappresentare.

Per quanto mi riguarda, diro' con il bostoniano Saul Bellow: vivo in questa vecchia citta' che tutti vogliono abbandonare, in questa specie di follia danzante, perche' e' uno degli incroci del mondo". Ed eccoci immersi nella "follia danzante". Su una piccola utilitaria, con Domenico Rea al volante, lasciamo la casa di via Petrarca con vista sul Golfo e passiamo da Mergellina, dalla Riviera di Chiaia. Rea racconta di quando guidava auto lunghe da qui a li' , proprio come Achille Lauro, "il "sudamericano" con il fazzolettino a fontana nel taschino della giacca che tanto bene ha fatto a Napoli".

"Questa citta' - continua lo scrittore scansando un pedone - e' immutata dal tempo di Nerone, che veniva qui a cantare perche' la gente era disposta ad applaudirlo in cambio di una manciata di farro. Altro che chitarre e mandolini, il napoletano e' egoista, a volte malvagio, sempre individualista. Lo vede quel semaforo? Anch' io non resisto al piacere di passare con il rosso. C' e' nel comportamento al volante forse tutto il carattere del napoletano". Rea rallenta all' incrocio, poi con un' accelerata s' infila in un vicolo. Dietro qualcuno strombazza. Don Mimi' e' passato col rosso.
Messina Dino
Pagina 19 (6 agosto 1993) - Corriere della Sera


A cura di Luigi Mari



ID: 9140  Intervento da: Luigi Mari  - Email: info@torreomnia.it  - Data: domenica 13 luglio 2008 Ore: 22:37

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