L’AMICIZIA E' UN'UTOPIA.
Peggiore in e con Internet
QUESTO E' IL TESTO SCRITTO E PUOI ASCOLTARLO SOPRA L’AMICIZIA è stata ancora più compromessa con l'avvento della rete. Tutti intellettuali presunti o pseudo, una volta da dopolavoro comunale, oggi mirmicolanti moscerini di internet pensiamo che il proprio sito sia il migliore del mondo tra i miliardi di siti in rete. Oggi esce dalla mischia chi pubblica con furbizia un cartaceo, ma non sa che la gente non lo leggerà mai, specie se "culturale" e specie in Italia, al quarto posto nella classifica europeea dei lettori. Una volta migliaia di scrittori e miliardi di lettori, oggi miliardi di scrittori e migliaia di lettori. Ciò ha compromesso l’associazionismo e ha esasperato l’individualismo isolando ciascuno di noi dietro uno scudo chiamato monitor, consolidando l’utopia dell’amicizia. Questa sorta di isolamento ha reso l’amicizia virtuale che passa tra i cavi telefonici. Mai come adesso i rapporti di amicizia si allacciano per complicità, cioè una forma di strumentalizzazione dell’altro, per soddisfare il proprio egoismo e la propria avidità. E quando la complicità cessa, l’amicizia svanisce, come diceva Reverdy. Tutti ci lamentano perché gli amici veri non esistono. Noi ci lamentiamo degli altri, e gli altri si lamentano di noi. Questo significa che l’amicizia, sebbene ardentemente desiderata, è contraria alla natura umana o almeno accade in casi straordinariamente eccezionali. Per nostra natura gli uomini siamo dominati da due passioni prepotenti: l’egoismo per se stessi e l’invidia verso gli altri. Ci danniamo perché “gli amici” non ammirano il nostro potere espressivo che è dannatamente oggettivo, e ci rodiamo il fegato subendo il lavoro degli altri quasi sempre migliore del nostro, visto la pluralità di materia espressiva.
| Così subiamo e buttiamo zavorra nella rete Internet come pesci morti che nessuno li cerca. Ma queste “passioni”, come l’avidità e il protagonismo psicologico che sfociano nell’invidia, che veramente muovono il mondo, sono l’opposto dell’amicizia, la quale richiederebbe altruismo e generosità e vera collaborazione secondo un senso etico e morale classico, ma quasi utopico. Dunque gli uomini non possono essere amici. L'uomo per appagare i suoi bisogni, i desideri o per superare le sue difficoltà ha bisogno di un altro, ma non vuole che egli capisca che lo vuole usare. Noi uomini chiamiamo amicizia una società di interessi, uno scambio di bisogni infermi, un commercio spirituale deleterio, insomma, in cui la propria avidità Per nostra natura gli uomini siamo dominati da due passioni prepotenti: l’egoismo per se stessi e l’invidia verso gli altri. Ci danniamo perché “gli amici” non ammirano il nostro potere espressivo che è dannatamente oggettivo, e ci rodiamo il fegato subendo il lavoro degli altri quasi sempre migliore del nostro, visto la pluralità di materia espressiva. Così subiamo e buttiamo zavorra nella rete Internet come pesci morti che nessuno li cerca. Ma queste “passioni”, come l’avidità e il protagonismo psicologico che sfociano nell’invidia, che veramente muovono il mondo, sono l’opposto dell’amicizia, la quale richiederebbe altruismo e generosità e vera collaborazione secondo un senso etico e morale classico, ma quasi utopico. Dunque gli uomini non possono essere amici. L'uomo per appagare i suoi bisogni, i desideri o per superare le sue difficoltà ha bisogno di un altro, ma non vuole che egli capisca che lo vuole usare. Noi uomini chiamiamo amicizia una società di interessi, uno scambio di bisogni infermi, un commercio spirituale deleterio, insomma, in cui la propria avidità spera di potere guadagnare a tutti i costi senza riuscirci allo scopo di appagare il principale problema esistenziale dell’uomo, la consapevolezza psicologicamente devastante del destino biologico di finibilità.
Luigi Mari
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