Un naufragio dimenticato
di Ninni Ravazza da cosedimare

 Affondò la nave-goletta del famoso fondatore de "Il Mattino" Edoardo Scarfoglio
costruita nei cantieri di Torre del Greco e da Torre varata, iscritta al compartimento marittimo di Torre del Greco

  Goletta Edoardo ScarfoglioNella notte fra l’11 e il 12 aprile 1938 la nave-goletta “Edoardo Scarfoglio” (foto a sinistra), iscritta al compartimento marittimo di Torre del Greco, naufragò nella baia di San Vito lo Capo, e due degli otto uomini di equipaggio morirono; gli altri sei furono salvati e rifocillati dai pescatori sanvitesi, che anche in quella occasione dimostrarono la grande generosità del paese. Della tragedia del bellissimo tre alberi, varato a Torre del greco il 15 febbraio 1920, che portava il nome del fondatore del giornale “il Mattino” di Napoli ed era marito della scrittrice Matilde Serao, non ha mai parlato nessuno, ad eccezione dei giornali dell’epoca. Oggi siamo in grado di narrare gli avvenimenti di quella notte, grazie alla segnalazione di un parente degli armatori ed alla ferrea memoria di Giuseppe Lucido, pescatore sanvitese oggi 83nne, che all’epoca dei fatti aveva 13 anni. La foto del varo dello “Scarfoglio” è stata gentilmente trasmessa da Ciro e Antonio Altiero.
Nella disgrazia morirono il capitano Domenico Borriello e il nostromo Antonio Gaudino; si salvarono Luigi Matrone di 16 anni, Gaetano Cardone di 24, Ciro Isoletta di 16, Vincenzo Diavolino di 44, Gennaro Fioto di 31 e Vincenzo Sannino di 26. La narrazione del naufragio è assolutamente inedita. Questa storia è inserita nel volume “La memoria del paese. San Vito lo Capo, storia e storie” che la Pro Loco pubblicherà la prossima estate.

Giuseppe LucidoGiuseppe Lucido (foto a sinistra). “Il naufragio avvenne di notte, mancava poco all’alba, c’era una tempesta di greco e levante, forza otto o nove, questa nave non riusciva a governare e vide la luce del faro di San Vito, si avvicinò ma qui non c’era porto, niente, non c’era riparo. Arrivata a poca distanza dalla spiaggia le onde cominciarono a farla sbattere sul fondo, si è spaccata tutta in un attimo, niente è restato. Gli uomini dell’equipaggio gridavano, cercavano aiuto, e si afferrarono alle tavole della nave. I pescatori allora abitavano tutti in paese, non c’erano le case popolari qui sulla spiaggia, e due fratelli pescatori videro le luci della nave e sentirono le urla, e andarono sulla spiaggia per vedere di fare qualcosa. Erano Marco e Salvatore Randazzo, detti i “turidduzzi”, facevano segnali, e raccolsero i naufraghi che le onde sbatterono sulla spiaggia, qui davanti al paese. Erano tutti che tremavano, spaventati, ma non c’erano feriti gravi. Li portarono a casa loro, gli diedero coperte, brodo, insomma li salvarono. Questo la notte. Poi all’indomani sulla spiaggia trovarono i due cadaveri, non c’era più niente da fare. Ricordo che i morti li portarono in chiesa, nei locali accanto alla “stalla del Santo”, e anch’io sono andato a vederli. Povera gente! E poi se li portarono per i funerali nel loro paese. Della nave non restò niente, solo tavole di legno che il mare gettò a terra. Però quando tiravamo la sciabica alle volte la rete si impigliava lì, dove era affondata la nave, ci doveva essere qualche relitto, forse il motore, affondò quasi dove ora c’è la punta del porto”.

il mare in tempesta di san Vito Lo CapoGiuseppe Lucido ricorda bene la marineria sanvitese di quel tempo …
“Il porto non c’era, e le barche la sera si tiravano sulla spiaggia con i parati, oppure se il tempo era buono si ancoravano vicino alla costa. Dove ora ci sono le case dei pescatori una volta si tiravano tutte le barce ‘pulpa, mentre più in là si tiravano le barche più grosse, c’era lo schifazzo di Marco “turidduzzu”, quello che aveva salvato i naufraghi, che trasportava sommacco e cantuna, una bella barca di quasi 20 metri che prima aveva solo la vela e poi ci misero il motore, si tirava con l’argano a mano e i paranchi, e c’era anche il peschereccio di un mio zio, Antonio Flores. Queste due barche le hanno dipinte, e poi col quadro ci fecero uno scatolo per le caramelle che fu portato addirittura in America; qui le caramelle furono distribuite fra i sanvitesi che abitavano là, e c’erano anche i figli di mio zio, il padrone del peschereccio, e quando lo videro ridevano e dicevano: “Guarda, la nostra barca c’è”, loro la chiamavano “Minchiachellaria”. Lungo la spiaggia ci sono anche altre barche affondate, ma non ci sono state vittime, solo la barca si è perduta; sotto la piazza Marinella c’è il relitto di una “marticana” che chiamavano “Uletta”, portava merci chiuse nei sacchi, c’era maltempo di maestrale e si era ancorata davanti alla spiaggia, poi il vento girò alto da greco e tramontana e l’ancora non tenne, la barca si andò a sfasciare sulla riva. Il padrone, uno di Sciacca, mentre recuperava quello che poteva piangeva, diceva: “Io ti ho vestito e io ti sto spogliando …”. Sempre quando c’era maltempo da maestro le barche si fermavano a ormeggiarsi qui, in mezzo al golfo”.