IL
TORRESE MARCO VALENTE
QUARANT'ANNI DI PESCA
NELLE ACQUE DI TORRE DEL GRECO
SALVATO AL MONALDI
CON UN CUORE ARTIFICIALE
Napoli, intervento innovativo al Monaldi
61enne di TORRE DEL GRECO vive grazie a un cuore artificiale
La morte lo ha sfiorato, ma ora è tornato a vivere. Respira, si muove e può condurre un’esistenza normale grazie a un cuore artificiale che gli è stato impiantato all’ospedale Monaldi, durante un’operazione destinata a entrare nella storia della cardiochirurgia.

Per Marco Valente, 61 anni di cui quaranta trascorsi a pescare nel mare di Torre del Greco, si tratta di «un miracolo», reso possibile grazie allo sforzo condotto dall’équipe del professor Maurizio Cotrufo. La sua odissea è iniziata a giugno, quando è stato ricoverato per uno scompenso cardiaco terminale dovuto a una cardiopatia dilatatoria.
Si trovava sulla sua barca e, all’improvviso, il cuore non ha più retto. Valente era in condizioni disperate ma, a causa di una serie di patologie associate, non poteva essere sottoposto a trapianto. Così il professor Cotrufo e i suoi collaboratori hanno tentato una strada innovativa impiantandogli nel torace un vero e proprio gioiello della tecnologia: il sistema (heartmate II), collegato da un lato al cuore e dall’altro all’aorta, aspira il sangue dal ventricolo e lo pompa direttamente nell’aorta.
Il tutto avviene attraverso un’alimentazione elettrica sotto il controllo di un computer in base a un flusso lineare continuo e non alternato, come quello umano: per questo dal polso del 61enne torrese non si sente più il battito cardiaco, ma è tutto regolare.
Non si tratta, peraltro, di un apparecchio ingombrante: dal torace del 61enne esce soltanto un cavo (attraverso un foro praticato nell’addome) che va collegato a una batteria (ricaricabile, con un’autonomia di sei ore) da inserire in un’apposita cintura. In questo modo, dopo essersi ripreso completamente dall’intervento, il pescatore potrà tornare a condurre una vita normale con la moglie Rosa («non l’ho lasciato un attimo, sono qui da tre mesi al suo fianco») e i quattro figli - Giovanni, Nunzia, Mario e Marialuisa - che l’attendono a braccia aperte.
Oggi il signor Valente sta bene ed è pronto per il trasferimento in un centro di riabilitazione: «Ancora non ci credo - racconta con un filo di voce - sono sereno e vorrei tornare a casa. È la fine di un incubo, so di aver superato un’operazione lunga e difficile e non mi sembra vero».
«Spero - dice sorridendo - di poter organizzare presto una grigliata con i medici che mi hanno salvato, rigorosamente a base di pesce fresco». La sua è stata la prima esperienza in tutta l’Italia meridionale: operazioni del genere erano state condotte in precedenza esclusivamente al Niguarda di Milano e al San Camillo di Roma. L’intervento è stato eseguito nei giorni della presunta emergenza legionella, ma nell’ospedale non sono state riscontrate infezioni.
Quello del signor Valente non è l’unico miracolo compiuto nel reparto di cardiochirurgia del Monaldi. Dei 538 trapianti effettuati finora (di cui cinque tra luglio e agosto) ce n’è uno in particolare che ha commosso pazienti e personale sanitario: è la storia del 23enne A.D’A., giunto da Mercogliano a Napoli in fin di vita a causa di una cardiopatia dilatativa. Dopo poche ore il giovane ha ricevuto un cuore nuovo, donato da un ragazzo di 16 anni morto a causa di un incidente stradale.
Il trapianto è stato eseguito la notte di Ferragosto: «Mio nipote è stato otto giorni in terapia intensiva - spiega lo zio, Giuseppe - probabilmente era cominciato tutto con una banale miocardite». Il 23enne è ancora in ospedale, ma tra qualche giorno potrà tornare alla normalità: «Sono molto religioso e le mie preghiere sono state ascoltate - racconta A.D’A., occhi pieni di speranza e la gioia di chi si è liberato di un peso - Spero solo di poter trovare presto un lavoro».
«Sarò sempre grato - aggiunge - ai medici e al personale sanitario che hanno mostrato umanità e competenza. In questi giorni mi sono reso conto di quanto sia importante sensibilizzare la gente sulla donazione degli organi, in particolare i giovani. È un atto di grande amore e profondo altruismo. Se non fosse stato per la famiglia di quel ragazzo, infatti, oggi non sarei più qui».
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