
Scrivo questo pezzo in maniera lineare, senza schiccherature o merlettature di maniera. Questo è uno stralcio della bozza della vita. Non c'è arte, in esso, solo umanità in rispetto dell'amicizia e della stima verso le vere persone buone e oneste. Su questo o quel sito; in questo o quel trafiletto-necrologio del locali cartacei si leggono in genere le buone parole di prammatica dei perbenini, laici o religiosi, nei riguardi di un defunto, taluni dei qual signori formali sono immersi negli intrallazzi e nell'amoralità fino al collo, fossanche giocoforza, per difetto epocale. E' mezzo secolo, da tipografo, che stampo sempre la stessa preghiera sulle pagelline di lutto. Come se i defunti fossero un esercito di spersonalizzati pronti per il Paradiso:
Buono, onesto ed operoso, amato e stimato da tutti, seppe sopportare con cristiana rassegnazione le pene della vita, confortato dai santi sacramenti, ecc.
Nella Foto a lato: Giovanni Mazza, Poeta e scittore torrese di cui Ciro di Cristo traduceva le sue opere dal latino e dal greco.
Ma in vita, fino a che punto apprezziamo e dimostriamo loro veramente il merito a quelli che faticano per l'onore e per la cultura della nostra terra, specie quelli che davvero sono stati "buoni, onesti ed operosi?". In vita, mai un complimento, un sorriso, un riconoscimento, un abbraccio, una lettera dolce. Ciro Di Cristo conservava la dignità dei "prof."; ricca solo di prof. Questa nobile generazione in estinzione, quel prof. dignitoso, sacrosanto, di morale, di merito, di educazione. Nessun arrivismo o arrampicatura sociale ha sfiorato mai queste persone, a costo di scendere a compromessi con le toppe e le rinunce.
Avevo vent'anni e Ciro Di Cristo 37. Egli lo scrittore-storico in nuce, io il suo tipografo. Eravamo ai tempi del Commendatore Sorrentino e del Comandante De Gaetano. La sera sostavamo presso la villa comunale per adocchiare le belle ragazze. Ce ne sarebbero aneddoti simpatici ed ilari da raccontare... Poi ciascuno segue il corso del proprio destino, fino alla vecchiaia, fino a quando si rimane soli, magari senza aver avuto figli, con la moglie defunta e ottant'anni sul groppone.
L'ultimo grande desiderio di Ciro di Cristo non si è avverato: pubblicare l'edizione riveduta, aggiornata ed ampliata della Storia di Torre. Un paio di volte è venuto da me in tipografia sperando che potessi stampargliela; ma rispondevo sempre allo stesso modo: "non sono attrezzato, quindi non sono competitivo per il lavoro editoriale moderno in fatto di velocità e costi". - "Ciru', sono la bottega tipografica dell'angolo, anch'io, come te vivo di proto, mangio pane e dignità e accarezzo lo spadino gutemberghiano degli anni ruggenti per i praticanti dell'arte nera pur ruminando in sordina l'esperienza di quando il tipografo era un mestiere rivolto all'estetica e ai contenuti e non un "Corso di Grafica carsoniano trimestrale" assoggettato alla megaproduzione e alla globalizzazione. Anch'io faccio compromessi con le toppe e con i saldi di fine stagione e talvolta acquisto al "Mercato di Shangai" di Ercolano. Siamo nati e vissuti senza santi in Paradiso nè in terra. Viviamo di quel poco di meritocrazia che è rimasta in questa martoriata società e moriamo soli e negletti, mentre tutti fingono che non abbiamo fatto nulla per la città e per i concittadini". Fortuna che Nnostro Signore non la pensa allo stesso modo. Penavo nel puntare i miei occhi in quelli di Ciro Di Cristo, amareggiati, smarriti nel vuoto. Ora mi sento colpevole per non aver fatto di più per la sua pubblicazione, oltre all'indirizzarlo e consigliarlo altrove, dove era opportuno, facendo, di cuore, da tramite e intercessore. Negli ultimi tempi spesso chiedevo in giro se avesse stampato il suo libro, poiché non era possibile telefonargli. Poi dopo un po' di mesi la notizia della sua morte.
Non me la sento di ripetere qui il comune necrologio dell'immaginario collettivo. Le belle parole per i defunti. L'apprezzamento di circostanza post-mortem. Ma mi prostro offrendogli la mia silenziosa preghiera: il pentimento e il disinganno insieme per non fare di più quando è necessario, cioè durante la vita dei nostri familiari dei nostri amici, del nostro prossimo.

Luigi Mari |